Si chiama «oftalmologia rigenerativa»: è la rigenerazione dei tessuti attraverso l`impiego di cellule e rappresenta l’inizio di una nuova fase dell’oculistica. Le staminali, insieme con altre cellule, sono i mezzi più promettenti, perché, oltre ad avere la possibilità di riparare direttamente il «danno» all’occhio, si integrano nel tessuto «patologico» e consentono quindi alle cellule preesistenti di auto-risanarsi. Oggi i trapianti comportano tecnologie e costi chirurgici molto elevati, anche a causa dell’impiego di farmaci immunosoppressori, ma in futuro per molti danni alla cornea potranno essere applicate, a più riprese, speciali lenti a contatto morbide, «ricoperte» da staminali autologhe.
E’ un esempio di come l’ingegneria dei tessuti oculari presenti grandi potenzialità, anche se il passaggio dalla fase di ricerca a quella della clinica resta ancora da approfondire. Le staminali utilizzabili per l’occhio sono molteplici: per lo più si tratta di cellule untane autologhe, che non comportano problemi di natura etica. In particolare, le staminali mesenchimali (derivate dal midollo osseo) sono facilmente disponibili e sono anche facili da «maneggiare» e, di conseguenza, si innestano, migrano e si differenziano in vivo nelle cellule della retina. Ecco perché gli autoinnesti – sia mono sia pluricellulari – potranno curare molte patologie, che, per la maggior parte, oggi sono senza terapia, oltre che in forte aumento, in seguito all`allungamento della vita media: la degenerazione maculare senile triplicherà nei prossimi 20 anni e già oggi è la prima causa di cecità al di sopra dei 50 anni, mentre in Italia sono oltre 1 milione le persone che presentano i segni iniziali della malattia.
Quando si parla di «ri-genesi» della retina, il primo problema è quello della topografia delle staminali endo-oculari, nonché le loro effettive possibilità terapeutiche, partendo dal fatto che pesci, anfibi e uccelli possono, se necessario, auto- rigenerare la retina in caso di danno. Si tratta perciò di determinare tutte le sedi delle staminali quiescenti contenute nell`occhio umano: identificando uno o più fattori inibitori che inducono lo stato d`inerzia, si potrebbe scoprire la «chiave» per ottenerne la riattivazione, contrastando quindi la patologia in atto. Se oggi le terapie oculistiche classiche mirano a prevenire ulteriori perdite di «elementi cellulari», la futura terapia cellulare permetterebbe invece la reintegrazione con nuove cellule autologhe e la riattivazione di ciò che si considerava irrimediabilmente perso. Un esempio è un ideale «protocollo oculistico» standardizzato: in questo caso il paziente affetto da degenerazione maculare senile si sottopone a un prelievo di staminali del midollo osseo, che vengono poi «preparate» entro 24 ore. Il giorno successivo potrà essere sottoposto all`intervento di «vìtrectomia mininvasiva» e anche a una contemporanea «terapia retinica cellulare».
Intanto, si studia la messa a punto dell`occhio bionico, altra grande prospettiva per i non vedenti: sicuramente ci sono molte speranze grazie all`avvento delle biotecnologie, ma queste stesse speranze necessitano di ulteriori ricerche, vista l`invasività di questa «protesi». Nello sviluppo di modelli di retina artificiale il problema cruciale, poi, non è tanto la realizzazione delle connessioni quanto la trasmissione del segnale visivo. Nei test in fase di realizzazione si ha la percezione dei lampi di luce, ma la qualità della visione resta comunque scarsa. La sfida, al momento, anche in questo campo resta aperta e avrà bisogno di un approccio sempre più multidisciplínare.
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