<b>26 Agosto 2003</b> – È tornato a vedere dopo 40 anni e dopo un ennesimo trapianto di cornea, ma ora il suo cervello non riesce più a leggere le immagini. È successo a un signore americano, Mike May, che ora ha 43 anni ed è originario della California. Un uomo che, avendo riacquistato la vista, ha acquisito anche paure che, da cieco, non aveva: come attraversare la strada, per esempio, o sciare (sì, i ciechi, se ben guidati possono sciare con soddisfazione e senza timori). La sua storia sfortunata è diventata un caso scientifico interessantissimo, raccontato nell'ultimo numero della rivista Nature Neuroscience. Mike May aveva perso la vista all'età di tre anni a causa di un incidente. Dopo qualche anno di cecità i medici avevano deciso di sottoporre il piccolo May a un trapianto di cornea nel tentativo di ripristinare le sue funzioni visive. L'esito di quell'intervento è stato assolutamente negativo, perché il paziente non era riuscito a riacquistare minimamente la vista. Nel 2001, gli specialisti hanno tentato una seconda volta, con un metodo però un po' più complesso.
I medici del California Pacific Medical Center lo hanno infatti sottoposto a un trapianto di un frammento di cornea e di una porzione di limbo, un particolare tessuto che si trova immediatamente sotto la cornea. Insieme alle due nuove porzioni di organi i chirurghi hanno infatti trapiantato nel paziente anche delle cellule staminali già differenziate che hanno aiutato la cornea a ricostituirsi.
Il risultato è che ora Mike May ha riacquistato la vista, ma lui non è affatto contento. Il suo cervello infatti non riesce più a elaborare perfettamente le immagini che vengono catturate dall'occhio di nuovo funzionante e la reazione del paziente è quella di una persona letteralmente disorientata. Anche perché il suo cervello gli permette di vedere molto poco in realtà, solo un quarantesimo di quanto sarebbe in grado di fare un adulto normale. Quella di May è comunque una reazione che gli stessi scienziati avevano previsto e che in parte era anche conosciuta in pazienti di questo tipo. Questa volta, però, i ricercatori disponevano di mezzi di indagine sofisticatissimi, mai usati prima sull'uomo, che hanno trasformato il caso del signor May in un'opportunità di studio unica. I ricercatori infatti hanno deciso di seguire il decorso post operatorio del signor May con le più elaborate tecniche di diagnostica non invasiva allo scopo di capire come mai, dopo anni di buio il cervello non riesce più a leggere le immagini in maniera corretta anche se l'occhio funziona perfettamente. I ricercatori che lo hanno seguito, hanno misurato, grazie a tecniche di imaging funzionale (che riescono a rappresentare su un video le aree del cervello attivate dalle stimolazioni visive) i progressi nella percezione delle forme, nella comprensione dello spazio e delle immagini tridimensionali. Cinque mesi dopo l'intervento, May riusciva a percepire i movimenti di una sbarra ed era in grado di riconoscere delle forme semplici. Dopo due anni, riconosceva forme, colori e movimenti. Ma la percezione tridimensionale e la capacità di riconoscere i visi erano ancora fortemente compromesse. Per esempio, di fronte a un viso sconosciuto era capace di identificarne il sesso solo nel 70% dei casi.
<i>Emanuele Perugini</i>