Quante sorprese queste staminali

Gianna Milano
Si chiamano mesenchimali. Fanno da impalcatura al midollo osseo. E si è visto che sanno fare molte cose

La storia delle staminali, cellule dotate della capacità straordinaria di rigenerare i tessuti del nostro corpo, è fatta di tanti piccoli passi.
Stabilire oggi quali siano quelle con più probabilità di successo, visto che ne esistono vari tipi, è prematuro.
Lo dimostrano i dati emersi dalle ultime ricerche su un tipo particolare di cellule ricavate dal midollo osseo, le mesenchimali.
Queste staminali «adulte», così chiamate perché presenti nell’organismo adulto e in grado di provvedere a un costante rinnovamento cellulare, costituiscono nel midollo l’impalcatura di tutte le cellule del sangue, ma possono anche differenziarsi in osso, cartilagine, muscolo, adipociti.
Insomma, riferì su Nature nel 2002 Catherine Verfaille, ricercatrice allo Stem cell institute del Minnesota, negli Usa, queste cellule possono fare molte cose.
Ma oltre ad avere una notevole plasticità, le mesenchimali sembrano possedere altre caratteristiche che le rendono interessanti.
Uno studio su topi, utilizzati come modello animale per la sclerosi multipla, in uscita a settembre su Blood e già disponibile online, ne rivela le impensabili possibilità terapeutiche.
Queste cellule non avrebbero solo la capacità di ridurre il danno causato dalla malattia, raggiungendo le aree demielinizzate (si chiama mielina la guaina che avvolge i nervi) e infiammate, sarebbero anche in grado di modulare la risposta immunitaria, bloccando i meccanismi all’origine della sclerosi multipla.
«Le mesenchimali, isolate dal midollo dei topi e reinfuse per endovena, curano la malattia e la ragione del miglioramento sta nel fatto che esse inibiscono l’attivazione e la proliferazione delle cellule immunitarie, linfociti T e macrofagi, prima che raggiungano il cervello e aggrediscano la mielina» riferisce Antonio Uccelli, del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Genova, che ha diretto lo studio, finanziato da Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), Istituto superiore di sanità e Fondazione Carige.
La capacità di altre cellule staminali adulte, progenitrici del sistema nervoso centrale, di influire sulle funzioni immunitarie in infiammazioni croniche, come la sclerosi multipla, è stata dimostrata in un modello animale, sempre il topo, da ricercatori dell’Unità di neuroimmunologia del Dibit al San Raffaele di Milano.
«Le nostre staminali uccidono specificamente i linfociti T che causano l’infiammazione nel cervello» dice Gianvito Martino, che ha diretto lo studio pubblicato su Nature. «E secernono sostanze che favoriscono la sopravvivenza del tessuto danneggiato e delle staminali stesse. In un certo senso, in base a dove arrivano e alla situazione che trovano, decidono che fare e quali sostanze produrre». Lo studio è complementare a un altro del 2003, su Nature, sempre diretto da Martino.
Allora dimostrò che staminali neurali adulte isolate dal cervello di topi geneticamente identici a quelli malati di sclerosi multipla, iniettate per via endovenosa o intracranica, avevano raggiunto e riparato le aree del cervello e del midollo spinale colpite dal processo infiammatorio.
Tutte queste osservazioni stanno cambiando il modo di pensare alle cellule staminali adulte in termini terapeutici.
«Dimostrano di essere dinamiche e irrispettose delle restrizioni loro assegnate dalla specificià cellulare» hanno scritto Martin Korbling e Zeev Estrov, sul New England Journal of Medicine.
Soprattutto, ciò che emerge dalle ultime ricerche è il loro doppio ruolo di rigenerazione (raggiungono il cervello e possono differenziarsi in cellule neuronali) e di immunomodulazione (interferiscono con la risposta immunitaria tenendola sotto controllo).
Che le mesenchimali potessero avere una funzione immunosoppressiva i ricercatori lo avevano già osservato in esperimenti su topi: trapiantati con cute allogenica proveniente da animali non compatibili, grazie alla somministrazione di questo tipo di staminali non avevano avuto rigetto.
La stessa cosa è stata osservata in esseri umani.
Con l’infusione per endovena di mesenchimali da donatore non identico, riferisce Katarina Le Blanc su Lancet, è possibile evitare una delle maggiori complicazioni dei trapianti, la «graft versus host disease», ossia la malattia del trapianto contro l’ospite, dovuta in gran parte a un meccanismo immunologico in cui i linfociti hanno un ruolo essenziale: il midollo trapiantato si ribella e i linfociti aggrediscono come estraneo l’organismo in cui è immesso.
«Le mesenchimali sfuggono al controllo dei linfociti T del ricevente, ne inibiscono la proliferazione e svolgono la loro funzione senza generare rigetto» spiega Uccelli. Ciò fa sperare che le mesenchimali, non solo autologhe, ma anche da donatore, possano essere utilizzate nelle malattie autoimmuni, in cui le cellule immunitarie aggrediscono organi e tessuti dell’organismo cui appartengono.
«Siamo fiduciosi di poter utilizzare le mesenchimali, ricavate con una biopsia osteomidollare e fatte moltiplicare in vitro, nell’arco di un anno, in malati di sclerosi multipla per bloccare il processo di aggressione della mielina e, possibilmente, contribuire alla riparazione» continua Uccelli. Ruolo quest’ultimo già osservato in studi in topi colpiti da ischemia cerebrale: le mesenchimali, oltre a dar luogo a neuroni, rilasciavano sostanze che modificavano il microambiente.
La loro plasticità ha spinto a valutarne l’utilizzo in altri ambiti. «In topi femmine, in cui abbiamo prodotto un’insufficienza renale acuta con un’iniezione di una sostanza nefrotossica, il cisplatino, abbiamo somministrato staminali mesenchimali isolate dal midollo di topi maschi, constatando una ripresa dopo quattro giorni della funzione renale» spiega Marina Morigi, del Mario Negri di Bergamo.
Utilizzando marcatori che consentono di identificare le cellule di topo maschio, hanno visto che si integrano nel tessuto renale e riparano le lesioni facendo proliferare le cellule residenti, migliorando la funzionalità renale.