Anna Guaita
E adesso viene la parte più difficile. I festeggiamenti per il passaggio della riforma sanitaria alla Camera sono durati poche ore: già ieri sera gli occhi di tutti si sono spostati al Senato, dove l’approvazione potrebbe essere più difficile. Eppure, la sensazione che gli Stati Uniti abbiano raggiunto un traguardo storico non può essere ignorata: quando nella notte di sabato i sì hanno vinto sui no, e i deputati hanno approvato la complessa legge che riforma l’assicurazione medica, gli applausi negli scranni di centro-sinistra sono stati scroscianti e molti presenti avevano le lacrime agli occhi. l deputati democratici, che nelle ultime ore avevano capito di avere la maggioranza (risicatissima. un margine di soli cinque voti, 220-215) avevano portato in aula famiglie e amici, per sottolineare il momento storico: era dall’amministrazione di Franklin belano Roosevelt, dagli anni Quaranta, che il partito dell’Asinello tentava di realizzare questa conquista sociale, senza mai riuscirci. Il senatore Ted Kennedy, scomparso pochi mesi fa, l’aveva trasformata nella sua missione. Bill Clinton ci aveva invano provato nel 1992, e Barack Obama aveva puntato molta della sua campagna sulla promessa di realizzarla. Obama, che era stato accusato di aver assunto posizioni troppo "distaccate" durante l’estate e di aver lasciato il podio alla destra e alle sue rumorose proteste, si è molto impegnato alla fine, incontrando di persona i deputati democratici conservatori che non volevano dare il loro voto. Nelle ultime settimane aveva anche mobilitato la sua base, ottenendo che 500 mila americani telefonassero al Congresso per chiedere l’approvazione della legge. E ieri Obama ha ringraziato il grandissimo sforzo compiuto da tutti: «Ecco il cambiamento che avevamo promesso. E` stato un voto coraggioso che farà andare avanti il nostro Paese e lo renderà più forte. Ma adesso tocca al Senato, e spero che presto senatori e deputati saranno con me allo Studio Ovale, per firmare la legge definitiva, consapevoli di aver vinto la battaglia più bella della loro carriera». Ma quella firma è ancora lontana. Ora vengono la seconda, la terza e la quarta parte: il Senato deve votare la sua versione della legge, poi le due versioni devono essere conciliate, e infine rimesse ai voti nelle due Camere. Obama chiede che tutto ciò avvenga entro la fine dell’anno, consapevole che il Paese sta entrando nella fase elettorale in vista delle consultazioni di metà mandato a novembre. E sa bene, avendo il suo partito appena perso il governatorato del New Jersey e della Virginia, che i repubblicani hanno riportato dalla loro parte una fetta di quegli indipendenti che l’anno scorso si erano schierati con lui. Se la legge non sarà approvata presto, diventerà ostaggio del dibattito elettorale, e chissà se passerà mai. Il negoziato, che alla Carnera è stato nelle mani di Nancy Pelosi, una liberale che ha saputo realizzare alcuni importanti compromessi con i colleghi conservatori, passa ora nelle mani di Harry Reid; capo della maggioranza al Senato e uomo austero, talvolta pedante. Nancy Pelosi ha accettato di escludere l’aborto dalla legge, in una decisione presa d’accordo con Obama, anche per continuare a godere dell’appoggio della Chiesa cattolica, i cui ospedali negli Stati Uniti sono una colonna portante del sistema. A Reid invece toccherà trovare un compromesso fra due versioni della legge approvate da due diverse commissioni del Senato, e per lui l’ostacolo maggiore sarà quello delle tasse. E comunque, per poter mettere la legge in discussione, Reid dovrà avere il beneplacito di almeno 60 Senatori. Dovrà cioè convincere almeno i due indipendenti, il senatore del Connecticut Joseph Lieberman e quello del Vermont, Bernie Sanders, a schierarsi con i 58 democratici. Un gran lavoro di "ricamo", paziente, dietro le quinte. Ma Reid, che certo non è una personalità effervescente. in questo tipo di negoziato è un maestro. Solo che richiede tempo. E il tempo è quello che davvero gli manca.
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