«DJ-1 è con ogni probabilità uno dei numerosi geni che possono essere coinvolti nella malattia di Parkinson», afferma BonifatI. «Negli ultimi anni la ricerca genetica ha fatto registrare progressi tangibili nello studio delle origini del Parkinson, ma la strada intrapresa è molto lunga: al momento si conoscono almeno dieci configurazioni genetiche che possono predisporre alla malattia, ma le mutazioni specifiche finora identificate sono solo tre».
Di questo trio DJ 1 è l'ultimo nato, e la sua individuazione si deve a due famiglie olandesi tra loro imparentate e a una famiglia italiana, per un totale di 7 soggetti colpiti da Parkinson in età giovanile che sono risultati tutti portatori di una alterazione di questo gene, situato nel cromosoma 1.
«Il numero di pazienti studiati può apparire insignificante, e in effetti la forma genetica in essi identificata è probabilmente rara», spiega il genetista. «Eppure questo tipo di ricerca non ha un valore puramente speculativo: ogni gene scoperto, per quanto raro, apre la strada alla comprensione da un lato delle funzioni normali delle proteine che produce e dall'altro dei meccanismi che, in caso di mutazione, vengono alterati in modo da portare al danno cellulare».
Le conoscenze finora acquisite dalle varie linee di ricerca portano infatti a ritenere che forme apparentemente diverse di Parkinson – quelle familiari e quelle sporadiche, quelle giovanili e quelle senili classiche – abbiano un meccanismo patogenetico in comune, cioè l'alterazione di alcune proteine presenti nella cellula, e che varie cause sia genetiche sia ambientali possano portare a questo risultato.
In effetti, il Parkinson geneticamente determinato e quello classico hanno già dimostrato di condividere alcune caratteristiche. Per fare un esempio, il primo gene del Parkinson a essere scoperto (anche in questo caso in una famiglia italiana) è stato quello dell'alfa-sinucleina, responsabile di una forma ereditaria davvero rarissima. Eppure questa sostanza è presente in grandi quantità in qualsiasi forma della malattia, all'interno dei corpi di Lewy, piccoli agglomerati proteici che si trovano nei neuroni dopaminergici ammalati.
ANTIOSSIDANTE
«Per rimanere al DJ-1, si pensa che la proteina da esso generata abbia normalmente il compito di difendere le cellule dagli attacchi ossidativi ai quali possono andare incontro, e che quindi funzioni come un antiossidante naturale», precisa Bonifati. «Quando il gene è alterato, come nei pazienti olandesi e italiani studiati, questa proteina non è più in grado di svolgere il suo compito e, per quel che si sa, nel Parkinson di qualunque origine i fenomeni ossidativi potrebbero avere un ruolo importante nel portare a morte i neuroni».
Se da un lato le rare forme ereditarie aiutano a capire i meccanismi coinvolti in quelle più comuni della malattia, dall'altro si sospetta che i geni non siano del tutto estranei anche a queste ultime. Due regioni dei cromosomi 1 e 2, per esempio, sono già sotto inchiesta.