<b>14 Aprile 2003</b> – È possibile rinunciare a fare ricerca sulle cellule staminali embrionali, che richiedono la distruzione di embrioni e sollevano quindi problemi di ordine etico, per puntare tutto sulle cellule staminali adulte? A suggerirlo sono in tanti, soprattutto nel fronte cattolico, anche se la questione è ovviamente mal posta. I due filoni di ricerca sono complementari e non è possibile decidere a tavolino quali sia la strada più promettente da percorrere per la ricerca scientifica. La domanda però continua a essere posta a ogni piè sospinto: meglio le cellule staminali adulte o quelle embrionali? E ogni volta che le riviste scientifiche pubblicano un lavoro, in pochi resistono alla tentazione di utilizzare i nuovi dati per segnare qualche punto a favore dell'una o dell'altra tifoseria. Nel duro confronto sulla clonazione terapeutica in atto tra laici e cattolici si inseriscono ora due lavori pubblicati da Nature nella sezione Advanced Online Publication, che rimettono in discussione il quadro di conoscenze acquisite sulle cellule staminali adulte, in particolare quelle del midollo osseo. Gli esperimenti degli ultimi anni facevano ritenere che le staminali contenute nel midollo fossero in grado di dare origine a svariati tipi cellulari, diventando a seconda dei casi cellule sanguigne oppure epatiche, cellule muscolari oppure del pancreas. Questo fenomeno, noto con il nome di transdifferenziamento, lasciava sperare che le cellule del midollo potessero assumere un'identità diversa a seconda dell'ambiente in cui venivano trapiantate. E questo aveva spinto buona parte della comunità scientifica a sperare che potessero essere utilizzate per trattare malattie molto diverse senza dover ricorrere all'utilizzo di embrioni.
Ora però questa prospettiva sembra assai meno probabile. Due gruppi di ricerca, guidati rispettivamente da Markus Grompe dell'Oregon Health and Science University di Portland e George Vassilopoulos dell'University of Washington di Seattle, hanno trapiantato cellule staminali di midollo osseo nel fegato di topi affetti da una malattia epatica. Dopo aver verificato l'efficacia del trapianto i ricercatori sono andati a studiare l'assetto cromosomico delle cellule epatiche rigenerate e hanno scoperto che il patrimonio genetico era presente ora in doppia ora in triplice copia. È arrivata quindi la conferma dei primi sospetti sollevati lo scorso anno dagli esperimenti in vitro: le cellule di fegato prodotte dopo il trapianto contengono sia i cromosomi delle cellule epatiche danneggiate che quelli delle cellule di midollo appena trapiantate. Evidentemente le cellule staminali trapiantate invece di produrre nuovi epatociti si fondono con gli epatociti danneggiati e li riprogrammano in modo da farli funzionare correttamente. In sostanza il potenziale terapeutico delle cellule staminali adulte non andrebbe spiegato con una sorta di metamorfosi ma con una più prosaica fusione.
Gli esperimenti modificano dunque il quadro di riferimento con cui viene valutata la versatilità delle staminali adulte, ma questo significa che il loro potenziale terapeutico è minore di quanto si poteva sperare? Rispondere è difficile e la comunità scientifica nel commentare a caldo i risultati si è divisa. Da una parte c'è chi sottolinea che non ha poi grande importanza se il meccanismo è il transdifferenziamento o la fusione, ciò che conta è che il fegato venga riparato. Dall'altra c'è chi rileva che il fatto che gli epatociti rigenerati derivino da fusione potrebbe sollevare un problema di instabilità genetica e quindi aumentare la probabilità che queste cellule vadano incontro a processi di tipo tumorale. E naturalmente non manca chi inserisce i nuovi dati nell'acceso dibattito che contrappone i due filoni di ricerca della medicina rigenerativa, interpretandoli come un punto perso per i sostenitori delle staminali adulte perché le cellule del midollo osseo – a differenza delle staminali embrionali – potrebbero non essere in grado di transdifferenziarsi dando origine all'intero spettro di cellule che compongono i nostri tessuti. O forse questa modalità è secondaria ed avviene solo di rado.
Di certo i dati di Grompe e Vassilopoulos sollevano interrogativi scientifici di primaria importanza, ma è presto per capire se avranno davvero un significato nella partita a scacchi giocata dalle due opposte fazioni. Innanzitutto bisognerà stabilire se il meccanismo di fusione appena dimostrato rappresenta una caratteristica distintiva del fegato oppure se la stessa cosa accade anche in altri tessuti. Gli esperimenti che in passato hanno dimostrato la capacità rigenerativa delle staminali adulte infatti non prevedevano alcun passaggio per verificare l'ipotesi della fusione. I laboratori di tutto il mondo sono già al lavoro mentre il dibattito scientifico ed etico sulla clonazione terapeutica aspetta nuovi dati.