[inline:1]Vorrei tornare al botta e risposta tra lei e Sofri sugli embrioni congelati di un po’ di tempo fa. Per cominciare vorrei ricordare che non tutti gli embrioni congelati sono cadaveri (in realtà sono vivi ma non più capaci di generare un organismo) e l’unico modo di saperlo è scongelarli e vedere se lo sviluppo in vitro riprende normalmente. Questa situazione che lei definisce “fabbrica di cadaveri”riflette però una situazione naturale. Solo uno su tre degli embrioni concepiti per vie naturali arriva a nascere. Gli altri non sono “buoni” (cioè possono avere difetti di varia natura) e non continuano lo sviluppo.
Con la fecondazione assistita la percentuale di embrioni “buoni” scende ad uno su cinque (più o meno).
Quindi i congelatori conservano embrioni non vitali non solo come risultato di un incontrollato desiderio di maternità e di conseguenti interessi commerciali, ma anche come specchio di una situazione naturale che le tecniche pur afluxìate di oggi non riescono a riprodurre con eguale efficienza. Lo spreco è una legge della natura e la selezione genetica,termine che suscita scenari inquietanti e che tutti condanniamo se prospettata per l’uomo, accade ogni giorno in ogni specie dall’origine della vita. Il che non vuol dire che non si debba fare lo sforzo massimo per limitare la produzione di embrioni al numero presumibilmente necessario. Ma imporre il numero di tre embrioni e un assurdità della legge 40 che speriamo il referendum possa indurre direttamente o indirettamente a modificare.
In secondo luogo vorrei completare la risposta alla domanda con cui aveva aperto la trasmissione: cosa possano e debbano fare i ricercatori, se esista un limite alla ricerca e che scenario ci si presenta davanti. Esistono, come detto, decine di migliaia di embrioni congelati. Con una piccola parte di quelli “non buoni” si possono derivare molte linee di cellule staminali embrionali sulle quali studiare a fondo nei prossimi anni la possibilità di impiegarle con successo per la terapia di molte malattie genetiche o acquisite. Se per una data malattia si scoprisse che le cellule staminali”adulte” (quelle derivate o magari mobilizzate dai tessuti del paziente stesso) mostrano una migliore efficacia terapeutica rispetto alle staminali embrionali, il discorso sarebbe chiuso e gli embrioni lasciati in pace. Se invece si scoprisse che per un’altra malattia solo le cellule staminali embrionali possono fornire una cura efficace,allora si porrebbe il dilemma, al ricercatore prima e al medico poi, se sia lecito sacrificare una vita creata ad hoc per salvarne un’altra, quella di un paziente affetto da una malattia incurabile. Si tratterebbe a questo punto di trasferire il nucleo di una cellula del paziente in un uovo ricevente e dare così origine ad una struttura umana vivente (attenzione non un embrione), la cosiddetta “donazione terapeutica”.
Questa struttura vivente sarebbe sacrificata prima che si impianti nell’utero della madre, per derivare cellule staminali embrionali le quali, avendo lo stesso Dna del paziente. potrebbero formare cellule del cervello,del cuore o del fegato, assolutamente identiche e quindi naturalmente tollerate, senza bisogno di immunosoppressione con tutti i gravi problemi che questa comporta.Alcuni obietteranno a questo punto che per salvare la vita di un paziente se ne sacritica un’altra. C’è però un’altra considerazione da fare ed è sulle probabilità di vita, riprendendo così il punto iniziale. Se un embrione naturale ha circa il 30 per cento di probabilità di nascere e quello ottenuto in vitro il 20, un embrione donato ha meno di una probabilità su cento di nascere. Questo per i topi, per altri mammiferi ancora meno e si potrebbe arrivare a O per cento nei primati, visto che finora nessuna scimmia è stata donata con successo. Se ciò fosse vero, e lo sapremo nei prossimi anni, ne conseguirebbe che la struttura vivente donata non è un embrione e non solo perché non deriva dalla fusione di uovo e spermatozoo ma soprattutto perché non ha probabilità alcuna di dare origine ad un nuovo bambino. Se così fosse, dovremmo considerare questa struttura donata alla stregua di un tessuto, o meglio di molti tessuti in potenza, ma non un individuo e pertanto dovremmo utilizzano come un tessuto nuovo capace di curare un malato.
Questa e ovviamente una posizione personale, sebbene basata su dati oggettivi, e certamente c’è molto da riflettere su questi punto. ricordando però che il medico ha comunque l’imperativo morale di fornii e al paziente consenziente la migliore terapia possibile. Come vede, molti anni e molli se’ ci separano da questa possibile difficile decisione; durante questi anni dovremmo faremmo nuove scoperte potrebbero permetterci di superare il problema, come accadrebbe se qualcuno riuscisse a derivare cellule staminali embrionali da altre fonti. Potremmo utilizzare i referendum per riflettere e discutere su questi temi nella speranza di aiutare chi andrà a votare a farlo con maggiore consapevolezza dei problemi sul tappeto.
Mai dire mai, chi l’ha stabilito che l’embrione clonato darà vita a un essere umano?
Giulio Cossu
Lettera di Giulio Cossu, direttore Istituto di ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele,al Direttore de”Il Foglio”