Lou Gehrig: calciatori 5 volte di più a rischio

Gianluca La Penna
E’ il risultato di uno studio italiano effettuato su 7.000 calciatori di serie A e B dal 1970 al 2001 pubblicato su “Brain and New Scientist”. Il curatore, Adriano Chiò: “I giocatori si ammalano già a 40 anni”. L’inchiesta di Guariniello. Processo Juve: “Certo l’uso di Epo”

Chi gioca a pallone a livello professionistico può ammalarsi di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica), patologia meglio conosciuta come morbo di Lou Gerhig, cinque volte di più rispetto alla media che colpisce l’intera popolazione. Questo il risultato che emerge dallo studio realizzato dall’equipe del professor Adriano Chiò dell’Università di Torino e pubblicata dala rivista specializzata “Brain and New Scientist”. Il lavoro – di cui dà notizia l’edizione odierna de “Il Tempo” – è stato realizzato su un campione di 7.000 calciatori di serie A e B, analizzati nel lasso di tempo tra il 1970 e il 2001. La Sla è una malattia nervosa degenaritiva che nasce dalla morte di alcune cellule dette motoneuroni che coordinano i nostri movimenti dalle loro sedi che sono il cervello e il midollo spinale. Gli atleti, spiegano i ricercatori, non solo vengono colpiti dal morbo di Gerigh con una percentuale superiore, ma “si ammalano prima. In età giovane: circa a 40 anni anzichè a 60”. In Italia i casi di Sla segnalati negli ultimi anni sono 33, queste le possibile cause elencate dagli esperti nello studio: “Forse gli incidenti sul campo. O i farmaci assunti illecitamente o in maniera errata per migliorare le prestazioni. O anche toissine pericolose come i fertilizzanti o gli erbicidi sparsi sui campi da gioco. Senza tralasciare il ruolo dell’ereditarietà genetica”.Tra le ragioni addotte quindi anche l’uso improprio di farmaci in assenza di una patologia piuttosto che l’abuso di farmaci. Casi che rientrano nella cosidetta “medicalizzazione dell’atleta”, fenomeno di cui ci parlò lo scorso 28 gennaio il professor Luciano Caprino, esperto del Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia dell’Universita’ La Sapienza. “La lotta al doping è di interesse pubblico sanitario e riguarda anche l’uso di sostanze laddove il soggetto, sano, non ne abbia bisogno – ha affermato Caprino nel convegno organizzato dall’Istituto superiore di Sanità – Abbiamo analizzato tre campi: l’uso di sostanza illecite; l’acquisizione di sostanze “legali” farmacologicamente attive, ovvero quella pratica definita “medicalizzazione” dell’atleta; le morti correlate al doping. Il lavoro della Commissione di vigilanza sul doping è cresciuto nel 2004: 373 gli eventi monitorati a fronte dei 177 del 2003, interventi su 41 federazioni sportive (34 l’anno prima), alcune nuove come bowling, surf, biliardo sportivo e bocce”.Tornando alla medicalizzazione degli atleti, Caprino ha ricordato come sui 1474 monitorati, il 65% ha affermato di usare farmaci non dopanti ( di questi il 60% uno o due, il 40 almeno tre, ndr). “Davanti a questi dati – ha precisato – bisogna chiedersi se gli integratori sono farmaci che modifichino o correggano la funzione fisiologica e, soprattutto, individuarne l’efficacia terapeutica. In ogni caso, e questo va detto a chiare lettere, assumere farmaci in assenza di patologia è molto pericoloso”. Rispetto alla Sla, l’esperto ha dichiarato in quell’occasione:”In relazione ai decessi legati all’uso di farmaci illegali, il tema presenta molte difficoltà per una sua comprensione: la scarsa conoscenza dei farmaci in questione; i dosaggi maggiori con cui vengono assunti; la posologia incongrua delle somministrazioni”. Infine, sull’individuazione del limite tra doping e medicalizzazione dell’atleta, Caprino ha fatto l’esempio di un arcobaleno, dove si distinnguono i vari colori ma il confine cromatico è talmente labile da non consentire l’individuazione di un farmaco dopante da uno lecito.