L'ALTRA FACCIA DEL CLONE (Le Monde Diplomatique)

<i>Per una proibizione normativa</i>

<b>4 Giugno 2003</b> – Comunque la si pensi a proposito degli organismi geneticamente modificati o della clonazione terapeutica, è un fatto che gli scienziati rimangono divisi sulle conseguenze delle loro ricerche. Spetta ai governi, ai parlamenti e all'insieme della società il compito di decidere come comportarsi con queste tecnologie nuove. La maggior parte dei paesi sembra propensa a proibire ogni forma di clonazione umana. D'altro canto è stata la sua contestazione attiva agli Ogm che ha fatto condannare alla prigione José Bové, dirigente della confederazione contadina.
di Jacqes Testart
Il 27 febbraio 1997, nel pubblicare un articolo che annunciava la nascita di Dolly, la prima pecora clonata, l'editore della rivista Nature diceva di aver ricevuto una lettera che gli chiedeva di rinunciare alla pubblicazione, considerando che: «L'uso abusivo di questa tecnica da parte di gruppi illegali o stranieri sarà inevitabile, una volta che se ne sia diffusa la pratica». L'editore ammetteva che «la clonazione umana potrà essere realizzata entro dieci anni», ma aggiungeva: «mentre il mondo scientifico pullula di sperimentazioni tecnologiche, è una vergogna che il presidente degli Stati uniti e altri politici comincino a preoccuparsi solo adesso delle cose che pubblichiamo». Affermazione che va letta alla luce di riflessioni precedenti.
Tre anni prima della nascita di Dolly, alcuni dei migliori specialisti della procreazione artificiale avevano cominciato ad interrogarsi sulle prospettive della clonazione umana (1). Affermavano che la clonazione di un adulto è impossibile e definivano questa ipotesi una «fantasia biologica» (biological fantasy). Concludevano sostenendo che «la fantascienza non può essere oggetto di un serio dibattito etico, il quale deve rispettare le leggi del plausibile»… Con questa affermazione gli esperti della biomedicina rivendicavano il diritto di decidere il momento in cui diventa possibile un «serio dibattito etico». Il che però non impedisce che esplorino l'impossibile per pura curiosità, magari invitando alle loro riunioni ricercatori che abbiano appena realizzato, sugli animali, un progresso significativo.
Agli esordi della fecondazione in vitro (Fiv), durante il congresso internazionale di Vienna (1986), Steen Willadsen, specialista della clonazione effettuata per divisione di embrione di pecora, venne invitato a relazionare su questa tecnica. In occasione di successivi congressi, gli esperti della Fiv hanno anche potuto acquisire informazioni sui progressi della partenogenesi (sviluppo a partire da un solo ovulo), della transgenesi (modificazione del genoma di tutto l'organismo) e, naturalmente, della clonazione di un animale adulto. Succede anche che i veterinari richiedano informazioni alla medicina su novità che possano trovare applicazione sugli animali, dato che non esiste alcuna barriera biologica che impedisca di applicare all'essere umano ciò che ha avuto successo sull'animale, e viceversa. Proprio per questo la frontiera etica non dovrebbe limitarsi a fare appello al senso di responsabilità del medico, quando ciò che si teme di vedere applicato all'uomo è già una realtà per gli animali.
Ripartiamo dall'inizio: se, fin dalla nascita di Dolly, la prospettiva della clona- zione umana fosse stata ufficialmente approvata, i laboratori di ricerca avrebbero prima di tutto fatto esperienza su modelli animali, per poter intervenire sull'essere umano con il miglior bagaglio tecnologico possibile. Ora, malgrado l'indignazione generale contro la clonazione di un essere umano, è esattamente ciò che è successo: si sono clonati capre, pecore, vacche e topi, maiali e gatti, e gli stessi membri della setta Rael (che sostengono di avere fatto nascere due bambini clonati) si sono permessi simili esperienze preliminari. Che dire?
Che non c'è peggiore ipocrisia del fingere che vi sia una frontiera tra il sapere sperimentale acquisito sugli animali e il sapere «clinico» utilizzabile per l'essere umano. Per difendere l'umanità da ciò che viene inflitto agli animali, è dunque indispensabile dotarsi di concreti strumenti di interdizione e non solo di parole. Fino a quando il rifiuto non riceverà un avallo internazionale, suffragato da precise sanzioni, la prosecuzione di lavori sugli animali sarà lì a smentire qualunque volontà di regolamentazione etica.
Più che la scienza ufficiale, sono stati dei fanatici o dei provocatori coloro che per primi hanno osato passare dall'animale all'essere umano. Vi si potrebbe leggere il relativo successo di un'etica largamente condivisa. Ma è invece più probabile che le potenzialità del fantastico fossero di molto superiori alle prospettive scientifiche o industriali, e che un certo livello di conoscenze pratiche fosse già stato acquisito, grazie alla sperimentazione su animali da un lato e ai dati acquisiti attraverso la fecondazione umana dall'altro. È troppo facile consolarsi negando i «successi» reclamizzati, o attribuendo la deriva ai soli rappresentanti della marginalità scientifica (2).
Si può ragionevolmente pensare che i raeliani, così come il ginecologo italiano Severino Antinori, si siano «procurati» biologi di qualche valore e che le loro dichiarazioni non siano solo propaganda (3).
In ogni caso la loro audacia ha agito da catalizzatore, facendo riemergere progetti respinti: oggi si sente dire che ci potrebbero essere buone ragioni per praticare la clonazione riproduttiva, a patto di proibirne l'uso ai fanatici per affidarla alla sapienza dei medici. È un discorso che tocca anche il Comitato internazionale di etica dell'Unesco (4).
Per alcuni medici o ricercatori, l'ostentata opposizione alla clonazione «riproduttiva» è solo una garanzia per poter ottenere l'accesso alla clonazione «terapeutica». In questo caso si tratterebbe di medicina, cioè di una cosa seria ed utile: il suo scopo è produrre, in vista di successivi trapianti, un ceppo cellulare perfettamente compatibile con il ricevente, che è anche il donatore del nucleo introdotto nell'ovulo.
Ma la clonazione terapeutica è ugualmente offensiva per l'etica, dato che si tratta di creare un essere umano (5) per clonazione invece che per fecondazione, e contemporaneamente di sacrificare l'embrione a fini medici, avendolo creato a questo scopo.
D'altra parte, la clonazione terapeutica apre altre due porte. La prima è quella della clonazione riproduttiva, perché basterebbe inserire in un utero un embrione clonato per sperare di farne nascere un bambino.
Dopo il passaggio dagli animali all'essere umano, si può dunque prevedere quello dal «terapeutico» al «riproduttivo». Già nel 1999, Jean-Paul Renard, specialista di clonazione di bovini, sosteneva: «Se la clonazione terapeutica diventasse routine, si può dubitare fin da ora che la clonazione riproduttiva continui ad essere proibita (6)». Un recente editoriale del quotidiano Le Monde prevede che la ricerca sull'embrione umano non sia stata altro che «la fase che precede una legislazione sulla pratica della clonazione terapeutica (7)». Invece di esserne allarmato, l'articolista si augura che la futura legislazione sia «rigorosamente programmata, ad evitare che si apra la porta alla clonazione riproduttiva»… Come non preoccuparsi di una tale involuzione progressiva dell'etica?
La seconda porta aperta dalla clonazione terapeutica è quella di uno sviluppo deliberatamente eugenetico della diagnosi genetica pre-impianto (Dpi) per eliminare in provetta gli embrioni dal genoma indesiderato.
La clonazione è grande consumatrice di ovuli, i suoi promotori dovranno come prima cosa disporre di protocolli etici (né furto al momento della fecondazione in vitro, né acquisto da donne bisognose) per garantirsi queste cellule femminili indispensabili, ma molto rare.
Ne consegue un decisivo impulso alle ricerche in corso sugli esseri umani e sugli animali, per trasformare le cellule progenitrici (gli ovociti dell'ovaio) in ovuli idonei alla fecondazione o alla clonazione.
Disponendo di decine di ovuli, si potrebbe, dopo la Fiv, selezionare il «miglior genoma» tra i numerosi embrioni di una stessa coppia, e aumentare così notevolmente la qualità eugenetica.
La mistica del Dna Nessuno crede realmente che la clonazione possa creare uno o più individui assolutamente identici a un altro preesistente, e non è la genetica che ha inventato il fantasma del doppio, basta pensare a Narciso. Ma i genetisti offrono a questo fantasma un supporto materiale, la molecola del Dna, e molti lasciano credere che questa molecola inerte nasconda sia il mistero della vita che quello dell'individualità.
Infinite volte abbiamo infatti sentito inneggiare alla molecola sovrana, «programma» per un'esistenza di cui non saremmo che esecutori, «grande libro della vita», «spartito» da suonare nota per nota, come i fogli perforati di un organo meccanico. Malgrado episodici rifiuti di questa iconografia semplicistica, i biologi molecolari aggiungono giorno dopo giorno nuove catene alle nostre illusioni di essere liberi, con la pretesa di scoprire, e a breve dominare, le chiavi chimiche di ogni persona, di ogni patologia, o anche solo del rischio di patologie, e perfino dei comportamenti individuali. La «mistica del Dna» (8) gli conferisce un'aurea culturale simile a quella dell'anima nell'iconografia religiosa, con tutte le inevitabili conseguenze sul vissuto quotidiano, le pratiche mediche o agricole, la scuola o la giustizia.
Tuttavia l'impronta genetica, che in tribunale viene considerata la «regina delle prove», non garantirebbe l'individuazione del colpevole in una serie di cloni (o tra due veri gemelli), perché i loro genomi sarebbero identici. E invece le impronte digitali continuerebbero a fare la differenza, poiché portano i segni della vita, fin dalla nascita. L'identità non è nel Dna, ma in quanto c'è di aleatorio in ogni essere vivente. Se l'immagine dei geni o del Dna è diventata un «prodotto sociale», come sostengono due sociologhe americane (9), è perché la gente è esposta ad una visione mitologica, in cui la scienza fiancheggia scientismo e riduzionismo, ma anche indulgenza e business.
Il rifiuto della clonazione si esprime a partire da due logiche diverse.
La prima, che è quella del Congresso americano o dell'Académie de médecine française, si preoccupa soprattutto delle malformazioni o delle patologie che rischiano di colpire il feto clonato. Questo tipo di obiezione, sarebbe facilmente superabile con il tempo e i progressi tecnici, e lascerebbe allora un vero e proprio vuoto etico.
Il secondo tipo di rifiuto s'indigna per la mancanza di autonomia del clone, come se quest'ultimo dovesse realmente rispondere automaticamente a quanto ci si aspetta da lui. La prima logica si limita ad un'esigenza di sicurezza sanitaria, mentre la seconda riflette l'alienazione all'onnipotenza dei geni. La condanna formale della clonazione di un essere umano, non deve dipendere dal fatto che la copia è simile al modello, ma dal fatto che essa è stata creata solo per essere una copia (10). È la volontà di strumentalizzare un essere umano che è criminale, anche se il povero clone può ribellarsi e far fallire il progetto.
Si può arrischiare un'analogia tra clonazione e diagnosi pre-impianto (Dpi): entrambe puntano a favorire nell'uovo una certa struttura identitaria del bambino, perché sia conforme a una persona esistente o a una norma medica o sociale. Queste due prassi si iscrivono nella mistica genetica, anche se il Dpi sostiene di fare riferimento ad una norma obiettiva (per esempio la «mappa del genoma») e la clonazione ad una norma soggettiva (per esempio l'ideale privato). Il Dpi rifiuta il rischio di una procreazione aleatoria e la clonazione rifiuta il rischio dell'alterità. A medio termine, le richieste fatte al Dpi dai genitori dovrebbero rivelarsi univoche, tutte mirate all'utopia dell'«handicap zero», dando corpo così a criteri universali validi per tutti i corpi, come per una fabbrica di cloni biomedici.
Le finalità del Dpi e della clonazione sono sorelle in eugenetica, anche se l'una si propone come altruista, mentre l'altra si dimostra egocentrica o elitaria. Sono tecniche che mostrano l'ossessione delle identità sospette o aleatorie, strumenti utili a eliminare costruzioni biologiche originali. In conclusione: là dove il liberalismo seleziona già, come negli allevamenti, la migliore prestazione o la competizione tra esseri umani, quale futuro più sicuro per un genoma, riconosciuto «eccezionale» grazie al Dpi, se non quello di una sua identica riproduzione, grazie alla clonazione?
Probabilmente si arriverà alla clonazione degli esseri umani, soprattutto se si riuscirà ad evitare le gravi patologie osservate negli animali.
Ma la clonazione non può diventare un modo generalizzato di procreare.
L'accumulo progressivo di fragilità acquisite, osservato nella moltiplicazione per talea ripetuta dei vegetali, è stata riscontrato anche nei topi, i quali si ammalano e diventano sterili dopo una clonazione ripetuta per sette generazioni. Inoltre questo procedimento, eminentemente elitario e privo di prospettive razionali (chi «merita» di essere clonato?), non risulta economicamente conveniente per il mercato globalizzato. In compenso, la reificazione dell'essere umano, nel caso, tra l'altro, di clonazione terapeutica, apre un mercato per alcuni ceppi cellulari, ma anche per embrioni, differenziati, brevettati e congelati, in grado di correggere o prevenire le deviazioni dalla norma.
Un clone può nasconderne un altro e la «ricerca sull'embrione umano» (eufemismo per indicare le sperimentazioni tecnologiche) potrebbe risultare ancor più pericolosa della nascita di qualche sventurato bimbo clonato. Quindi, invece di sprecare parole sull'utilizzazione che un «pazzo» o uno «stato totalitario» potrebbero fare della moltiplicazione per talea degli esseri umani, sarebbe meglio attrezzarsi giuridicamente, e a livello internazionale, per respingere un certo tipo di giustificazioni umanitarie o terapeutiche della biomedicina.

note:

* Biologo della procreazione, direttore di ricerca presso l'Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm). Pubblicherà a maggio Le Vivant manipulé, ed. Sand, Parigi.

(1) Jones, Edwards, Seidel: On attempts at cloning in the human.
Fertility and Sterility 61, 423-426, 1994.

(2) I fanatici non hanno il monopolio dei successi inventati di sana pianta. Basta ricordare quegli scienziati riconosciuti che ci hanno dato la falsa novella della fecondazione in vitro animale (Pincus, 1935) o umana (Menkin e Rock, 1946) o ancora della partenogenesi (Hope e Illmensee, 1982).

(3) «Loft story du clone», L'Humanité, Parigi, 28 gennaio 2003.

(4) Michel Revel, «Pour un clonage reproductif humain maîtrisé», Le Monde, 4 gennaio 2003.

(5) Al contrario di «persona umana», la denominazione «essere umano» è una definizione obbiettiva in base alla specie. Allo stesso modo, si può dire «essere porcino» o «essere murino» per identificare gli embrioni di maiale o di topo, in quanto non possono diventare che maiali o topi.

(6) Jean-Paul Renard e coll. «Clonage: le présent et les perspectives», Contraception Fertilité, Sexualité, 27, 405-411, 1999.

(7) 29 gennaio 2003.

(8) Dorothy Nelkin, Susan Lindee: La mystique dell'Adn, Belin, Parigi, 1998.

(9) Dorothy Nelkin, Susan Lindee, op.cit.

(10) È quello che ho voluto testimoniare in un romanzo: Eve ou la répétition, Odile Jacob, 1998.

(11) Des hommes probables: de la procréation alèstoireà la reproduction normative, Le Seuil, 1999.
(Traduzione di G. P.)