<b>10 Luglio 2003</b> – Lauro Minghelli, detto «Mingo», è nato trent'anni fa a Sassuolo, l'11 gennaio 1973. Ha giocato nel Torino e nell'Arezzo. E' stato il capitano di Vieri e Cosmi. Cinque anni fa, gli è stato diagnosticato il morbo di Lou Gehrig. Un'associazione, il «Serse Cosmi Fan Club» (tel 075- 5997622), è nata con l'unico scopo di sostenerlo («Le cure costano e la mia pensione di invalidità è di 200 euro al mese»). Ogni anno, gli ultras dell'Arezzo organizzano eventi a lui dedicati. Ha una famiglia e amici che lo aiutano. Lauro non è solo. Questa è la sua storia.
<b>Come ti avvicini al calcio?</b>
Feci un provino per il Torino nel marzo dell'89 e dopo due settimane mi chiamarono per disputare un torneo a Finale Ligure. Così, passai dagli Allievi del Sassuolo a quelli del Torino. L'anno successivo giocai nella squadra Beretti, poi gli ultimi due anni nella primavera. <b>Che ricordi hai di quel periodo? </b>
Bellissimi, quella Primavera era una grande squadra. C'erano Cois, Falcone, Della Morte e Bobo Vieri, che già allora era forte ma che, sinceramente, non avrei mai pensato potesse divenire così forte. Abbiamo vinto due campionati. Ricordo soprattutto l'atmosfera unica delle partite casalinghe al Filadelfia.
<b>Eri il capitano. Difensore.</b>
Il mio ruolo era il libero, ma a volte giocavo a centrocampo come mezzala.
<b>C'è una partita alla quale sei particolarmente legato? </b>
La finale scudetto, giocata a Reggio Calabria contro la Reggina, davanti a 15mila tifosi e vinta da noi 4-3, tripletta di Bobo e gol di Della Morte.
<b>Con chi sei rimasto in buoni rapporti? </b>
Con quasi tutti, in particolare Daniele Minasso e Gabriele Graziani. Con Vieri abbiamo abitato insieme per un anno, in via Nizza a Torino. L'ultima volta che l'ho incontrato è stato due anni fa, a Milano. Voleva farmi un regalo.
<b>Quali erano le tue caratteristiche tecniche? </b>
I miei allenatori dicevano che ero bravo, elegante, ma rischiavo troppo. Mi piaceva uscire dall'area palla al piede.
<b>Quando accusi i primi dolori? </b>
Nel novembre del `92, all'anca. Mi operai a Torino nel marzo del `93 e dopo un mese e mezzo ripresi ad allenarmi, ma il dolore c'era ancora. Nel settembre del `93, Graziani venne a Torino per chiedermi se ero disposto a trasferirmi ad Arezzo, di cui era presidente, per poi curarmi a Roma dal dottor Ferretti. L'Arezzo era fallita quell'estate, ripartiva dal Nazionale Dilettanti. Dissi di sì, e ancora oggi ringrazio Graziani e la sua famiglia per l'aiuto e l'affetto. Ferretti mi diagnosticò un tumore benigno alla capsula dell'anca e a dicembre mi operai di nuovo. Tornai in campo nel maggio del `94 e disputai le ultime 3 partite dell'Arezzo di quel campionato. Ero felice, perché dopo un anno e mezzo tornavo a giocare.
<b>Nel `95, ad Arezzo arriva Cosmi che ti promuove capitano.</b>
Mi presentai in ritiro senza la certezza che sarei rimasto, non ci conoscevamo con Serse. Però, dopo la prima amichevole, decise di confermarmi. Di Serse non posso che parlare bene. Lui è un grande, il migliore. La nostra amicizia nasce dalla stima e dal rispetto reciproco che c'era all'epoca e c'è tuttora. Ricordo che, quando giocavo ad Arezzo, spesso andavamo a cena a casa di amici, oppure direttamente da lui nella campagna aretina, a Giovi, e puntualmente si tornava ubriachi. Ho dei ricordi bellissimi di Arezzo, la mia seconda casa, e di quei 3 campionati con Cosmi, dal `95 al `98. Anche se la rosa non era mai la stessa dell'anno prima, c'era sempre un clima fantastico per merito di Serse. Ci ha portato dai Dilettanti alla C1, c'ero anch'io.
<b>La tua ultima partita è nel novembre del `97, a Pontedera.</b>
Espulso per fallo da ultimo uomo. A 24 anni non avevo più forza, ogni cosa mi costava una fatica sovrumana. Prendevo in mano un bicchiere e mi cadeva dalle mani, non ce la facevo a tenerlo. La malattia attacca i muscoli. Quando calciavo la palla, mi venivano delle fitte alla schiena e urlavo di dolore.
<b>Pur non giocando, sei stato tra i protagonisti dello spareggio con il quale, nel `98, l'Arezzo tornò in C1.</b>
Dopo la fine della partita, mi avvicinai con le stampelle agli spogliatoi per abbracciare i miei compagni, ma un commissario di campo non mi fece entrare. Fu allora che intervenne Bobo Pilleddu, l'attaccante di quell'Arezzo. Mi fece entrare con la forza, lo squalificarono. Mi disse una cosa bellissima: «Mingo, questa promozione è tua, senza te non ha senso festeggiare».
<b>Quando hai scoperto di soffrire del morbo di Gehrig?</b>
In America, nel Minnesota. In Italia non ci capivano niente, ogni diagnosi era sbagliata. Da quel momento, ho avuto persone che mi sono sempre state vicino, ed è per questo che riesco ad affrontare la malattia con serenità. In questi anni ho viaggiato tanto, sono stato in Spagna, Olanda, Messico e Brasile, dove sono rimasto sei mesi. La malattia peggiora con il freddo. Per le cure sono stato in Svizzera e due volte in America. La prima volta la attraversai in auto, da nord a sud, dal Minnesota alla Florida. Dai viaggi negli Stati Uniti sono tornato con delle cure di Rilutek, Celebrex, Coenzima Q 10. Prendo anche delle vitamine e due volte a settimana faccio fisioterapia.
<b>Speri di fare il trapianto di cellule staminali.</b>
Lo fanno all'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, ma in questo momento la sperimentazione è sospesa.
<b>Adesso come stai?</b>
Non ho dolori, questa è la cosa più positiva. Nell'ultimo anno la malattia ha rallentato, ma non si è fermata. Mi aiutano mia mamma e il mio grande amico Mauro. La mia giornata si svolge prevalentemente sulla sedia a rotelle a guardare la tv, ascoltare musica, leggere libri e stare con gli amici.
<b>Dove vivi adesso?</b>
Sono tornato a Maranello, con i miei genitori e mia sorella. Prima abitavo da solo. Ho fatto molta fatica ad abituarmi all'idea di dover tornare a casa.
<b>Credi che la tua malattia sia legata al doping?</b>
No, e l'ho detto anche a chi mi ha interrogato. In Italia ci sono 5mila ammalati di Sla (Sindrome Laterale Amiotrofica) e solo pochi di questi sono stati calciatori, perciò la percentuale è molto bassa. E poi, se dipendesse in qualche modo dal doping, ci sarebbero anche altre categorie di sportivi insieme ai calciatori. Soprattutto: io non ho mai fatto uso di doping.
<b>Come vorresti concludere questa intervista?</b>
Ringraziando tutti quelli che mi hanno aiutato e mi aiutano. Se poi mi chiedi se, a distanza di anni, ho capito perché il morbo di Gehrig mi ha colpito, ti rispondo di no. Non lo saprò mai. So solo che, adesso, do importanza a cose che prima neanche consideravo.
<i>di Andrea Scanzi</i>