
di John Harris, all’incontro preparatorio al Terzo Incontro del Congresso Mondiale per la libertà di ricerca scientifica
Direttore, Institute for Science, Ethics and Innovation, Università di Manchester
Voglio proporre un punto di vista leggermente diverso sulla libertà scientifica, collegandola alla libertà di parola e alla sicurezza pubblica. Partirò da dove si è fermato John Sulston, ovvero dalla possibilità che noi esseri umani siamo le sole creature “dal pensiero trascendente” – mi pare abbia usato questa espressione – in tutto l’universo. È questa la nostra caratteristica più importante, non il nostro essere “umani”. Vorrei quindi iniziare illustrandovi due verità circa il futuro. Essendo io un filosofo, non mi turba l’idea di enunciare verità sul futuro. Queste due verità, in particolare, sono secondo me le più “vere” che si possano ipotizzare: nel futuro non ci saranno più esseri umani e non ci sarà più il pianeta Terra. Spero che questa prospettiva vi sia di conforto. Se non lo è e, anzi, vi preoccupa, allora vuol dire che abbiamo bisogno della scienza.
Perché non ci saranno più esseri umani? Be’, o saremo spazzati via della nostra stupidità (il che è molto probabile) o dalle forze della natura (altra ipotesi plausibile) o, come spero, ci saremo evoluti ulteriormente seguendo un processo più razionale e molto più rapido dell’evoluzione darwiniana; un processo che nel mio ultimo libro chiamo “evoluzione del potenziamento”[1].Una grande certezza è che non ci saranno più esseri umani perché, come ho detto, saremo diventati una specie alquanto migliore e più accorta.
Diverse sono le ragioni per cui non ci sarà più un pianeta Terra. Sappiamo che il nostro Sole morirà ed è possibile che molto prima che ciò accada, la vita su questo pianeta avrà cessato di esistere. Alcuni anni fa Stephen Hawking ha calcolato che ci vorranno 7,6 milioni di anni. Pochi giorni fa, però, Hawking ha rivisto questa stima e oggi afferma: “Non penso che sopravvivremo un altro millennio se non ce ne andiamo dal nostro fragile pianeta”. Considerando, dunque, che non ci sarà più la Terra, verrebbe da sperare che la scienza e la tecnologia arriveranno in nostro soccorso (anche se forse non ci restano 7,6 milioni di anni, ma solo un migliaio) o aiutandoci a trovare un nuovo mondo da popolare o – se abbiamo 7,6 milioni di anni – a costruirne uno nuovo.
Anche se in modo non troppo diretto, queste considerazioni mi portano al tema del fine ultimo della scienza e della difesa (o meno) della libertà scientifica. La sopravvivenza è uno dei motivi per cui tale libertà è necessaria, ma in che termini e con quali limiti? Vorrei iniziare raccontandovi un episodio. L’anno scorso ho avuto il privilegio di prendere la parola a un incontro organizzato dalla Royal Society a Londra, intitolato “H5N1: ricerca, biosicurezza e bioetica”.[2]Nel 2011, come qualcuno di voi saprà, due gruppi di ricerca finanziati pubblicamente – uno negli Stati Uniti e l’altro nei Paesi Bassi – hanno modificato geneticamente il ceppo H5N1 del virus dell’influenza aviaria, così che per la prima volta potesse essere trasmesso agli uomini per via aerea. Ai fini di questa ricerca venivano utilizzati furetti, animali scelti perché ritenuti un buon modello per lo studio delle patologie umane. Prima di questo lavoro, la trasmissione umana dell’influenza aviaria non si verificava con facilità, perché il virus non era trasmissibile (o non si credeva che lo fosse) per via aerea. Trasmessa agli umani, però, la patologia diventava molto letale e presentava un tasso di mortalità molto elevato. Questa ricerca, quindi, avrebbe permesso di studiare il virus in modo più efficace, così che se fosse mutato assumendo una forma aero-trasmissibile saremmo stati in grado di contenerlo. Il problema, naturalmente, era che non sono solo gli scienziati a leggere gli articoli scientifici. E gli articoli non illustrano soltanto i risultati, ma anche i procedimenti. Chiunque avesse letto quegli articoli, quindi, sarebbe potuto arrivare a produrre una forma di influenza aviaria aero-trasmissibile e utilizzarla come arma bioterroristica anziché studiare il virus per creare antidoti. Questo rischio ha indotto il Consiglio Nazionale di Biosicurezza statunitense, l’NSAAB, a raccomandare alle due prestigiose riviste che avrebbero pubblicato la ricerca – Nature e Science – di alterare, oscurare o eliminare i “passaggi pericolosi” degli articoli (che erano stati sottoposti e illustrati al Consiglio di Biosicurezza). I “passaggi pericolosi” erano quelli in cui si spiegava come si sarebbe potuto manipolare il virus.
Nell’incontro della Royal Society cui ho partecipato nel 2011 si discuteva, per l’appunto, di cosa avrebbero dovuto fare le due riviste. Avrebbero dovuto accettare i suggerimenti dell’NSAAB e modificare i passaggi in questione, oppure pubblicare gli articoli in inglese rivendicando libertà scientifica e di parola? Il dibattito è durato oltre due giorni. Si è svolto in una sala grande quanto quella in cui ci troviamo ora, che pullulava di persone – i presenti erano quasi duecento, perlopiù scienziati, figure di spicco, premi Nobel. C’erano i direttori di Nature e di Science, oltre a un paio di filosofi che, come me, erano lì per parlare dell’etica della ricerca. Abbiamo dibattuto a lungo, finché non ha preso la parola un esperto di sicurezza dei dati che a quanto pare è consulente del governo americano. Ve ne parlo perché credo c’entri molto con la libertà scientifica. Ha iniziato col dire: “Niente può essere messo in piena sicurezza. “Sicurezza” per voi deve significare non attirare l’attenzione dei soggetti che potrebbero fare un cattivo uso delle informazioni da voi prodotte”. Poi ha percorso con lo sguardo quella sala piena di distinti scienziati e ha detto: “Signore e signori, l’impressione che mi date è quella di persone molto noiose. Questa è la vostra sicurezza. Se vi rendete interessanti pubblicando informazioni stuzzicanti e dicendolo in giro, siete fregati”. Molti hanno ribattuto: “Perché dovremmo essere fregati se modifichiamo i passaggi pericolosi di quegli articoli?”. L’esperto di sicurezza dati si è quindi rivolto ai direttori di Nature e Science: “Ditemi, come avete ricevuto questi articoli? Vi sono forse stati inviati via internet?”. I due hanno risposto che era la procedura standard. “Be’, è troppo tardi,” – si sono sentiti dire – “qualunque cosa che sia nel cloud o che sia passata per internet è reperibile. Riuscirei a risalire a quei file in un paio d’ore. La cosa ancor peggiore è che gli scienziati lavorano perlopiù al computer prima di sottoporre i propri articoli a riviste come le vostre. Non c’è computer che non possa essere piratato”.
Lo scopo dell’incontro è stato quindi vanificato. L’occasione è però servita a sollevare una questione molto importante: considerato che tutti i dati prodotti dagli scienziati in questa sala è, in linea di principio, accessibile a tutti; considerato che viviamo in un mondo in cui si tende sempre più a digitalizzare, registrare, conservare e rendere universalmente disponibile ogni cosa che diciamo, dobbiamo comportarci come se ogni volta (o quasi) che apriamo bocca lo facessimo in pubblico. Non c’è modo di selezionare il proprio uditorio e adattare ciò che si dice in funzione delle sensibilità o dei rischi presentati dal pubblico di riferimento.
Come abbiamo già visto, tutti i dati sono open data (“dati aperti”). Non credo, però, che abbiamo fatto i conti con il significato profondo di questa circostanza, o di quanto essa possa implicare per la libertà di pubblicazione e di parola, oltre che per molte altre questioni. Secondo me il dilemma è quindi il seguente: da una parte c’è il problema dei margini e dei limiti della libertà scientifica. In che modo uno scienziato responsabile esercita la propria libertà e come giustifica tale libertà? Dall’altra parte c’è un dibattito sulle ipotetiche contropartite dei benefici generati dalla libertà scientifica; questi benefici si identificano nel ruolo della scienza e della libertà d’espressione e pubblicazione nel proteggere noi tutti e nell’offrire rimedi a molti dei mali che ci affliggono: non si tratta soltanto di problemi di salute, ma anche del rischio di estinzione della vita sul pianeta, e il fatto che la scienza possa essere (e lo è stata in passato) direttamente o indirettamente responsabile della creazione di molti dei pericoli che oggi affrontiamo, tra cui – per la prima volta, a quanto ne sappiamo – una forma del virus H5N1 trasmissibile agli umani.
Gli autori di uno degli articoli sull’H5N1 che ho citato, chiaramente, ritengono di aver fatto tutte le opportune valutazioni. Ecco cosa hanno detto: “Confrontando le minacce poste oggigiorno dal bioterrorismo con la minaccia posta in passato dall’influenza, verrebbe da pensare che la natura in primis debba essere considerata un bioterrorista”. Su questo siamo d’accordo, e in sé l’idea che la natura sia un bioterrorista non è neanche tanto nuova. Nel 1995 ho utilizzato questa stessa metafora. Dicevo: “La pratica della medicina nel suo complesso può essere descritta come un tentativo di ostacolare il corso della natura, di cui in ultima analisi la malattia è parte e di impedire alla natura di uccidere alla sua consueta, vistosa maniera”.
Se vogliamo adoperarci per la sicurezza delle persone ci serve una soluzione che si presti a più usi. Come avreste potuto vedere se avessi parlato più a lungo, non possono esserci obiezioni di principio al contingentamento delle libertà, per quanto importanti esse possano essere, se dall’altro lato ci sono argomenti abbastanza forti – vale a dire, se i motivi di sicurezza pubblica sono sufficientemente fondati. È una di quelle situazioni in cui bisogna guardare attentamente a entrambi i lati della medaglia. Non possiamo ostacolare il bioterrorismo a spese della ricerca sui virus perché il bioterrorismo non è la sola (o la più probabile) causa del bioterrore. A innescare il bioterrore possono essere cosiddette “cause naturali”, come la mutazione di un virus.
Credo dunque che nel congresso della Royal Society il problema fosse mal posto: il punto non era stabilire a che condizioni è tollerabile compromettere la scienza e la libertà scientifica ai fini della sicurezza, ma comprendere che tale libertà è necessaria per garantire la nostra sicurezza. Dobbiamo cercare di contenere i rischi per quanto possibile, tenendo a mente che non li si può eliminare del tutto. Di fronte a un qualsiasi pericolo che ci troviamo a gestire e che possiamo controllare, ci chiediamo: “In che modo possiamo metterci al sicuro?”. Nel fare queste valutazioni, confrontiamo i benefici che possiamo trarre da ciò che presenta il rischio con i pericoli che potrebbero sorgere.
Per concludere, credo che non ci troviamo davanti a un dilemma sulla libertà della scienza. Dobbiamo prendere sul serio la possibilità che si verifichino abusi del sapere scientifico, sia da parte di scienziati, che da parte di bioterroristi, aziende farmaceutiche, soggetti che richiedono un brevetto. Dobbiamo essere più vigili che possiamo e, se necessario, cambiare i nostri regimi regolatori e legali affinché facciano fronte a tali pericoli – il che potrebbe anche voler dire cambiare i meccanismi mediante i quali oggi si rivendica e si protegge la proprietà intellettuale. Nel caso della ricerca sui virus, dobbiamo ricordare che quasi tutte le informazioni sono pubbliche prima ancora di essere pubblicate, perché sono prodotte in formato elettronico. Quindi, se non vogliamo che qualcuno se ne impossessi, dobbiamo evitare di digitalizzare. Il che, sospetto, vorrebbe dire che non dobbiamo produrle affatto.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.