Per un medico — per quanto cattolico — mettere in pratica le indicazioni della nostra legge sulla fecondazione assistita è davvero difficile. C’è di fatto una contraddizione tra legge e conoscenze scientifiche (che la fede non aiuta a risolvere). La legge, salvo che non venga cambiata, dice che non si possono produrre più di tre embrioni per volta e li si devono trasferire, tutti e tre, nell’utero della madre. È prevalsa la preoccupazione — legittima — di tutelare l’uovo fecondato, proprio come se fosse un bambino. Ma davvero un uovo fecondato è come un bambino? Dipende: nella donna solo una piccola parte degli ovociti fecondati trovano le condizioni giuste per svilupparsi, più spesso non succede e l’embrione si perde. Così nella maggior parte dei casi dall’embrione non verrà un bambino (l’uomo è l’animale meno fertile che ci sia). Per la Chiesa «anche qualora ci fossero dubbi sull’esistenza del carattere pienamente umano dell’embrione, ci si deve astenere da ogni atto che possa danneggiarlo o sopprimerlo». Parole molto equilibrate quelle di monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che fanno capire come sia certamente una questione controversa.
Le opinioni possono essere diverse e tutte vanno rispettate. Viene un dubbio, però: è auspicabile che delle teorie forse giuste, forse sbagliate (per stessa ammissione della Chiesa, come sembra si possa evincere dalle parole di Sgreccia) diventino legge dello Stato e mettano a rischio le persone reali? La fecondazione assistita funziona nel 30 per cento dei casi, ma con tre embrioni soltanto la percentuale è ancora più bassa. E allora serve un altro ciclo di stimolazione ormonale (che ha dei rischi) e un nuovo intervento chirurgico per avere gli ovociti. C’è anche il caso che vada tutto bene, e allora saranno tre gemelli. Ma le probabilità che uno o due sia ammalato o muoia sono alte, mettendo a repentaglio anche la mamma. Ma una legge che metta a rischio l’integrità del bambino e della mamma non sarà in conflitto con i principi della medicina? E i medici? È giusto chiedergli di non congelare gli embrioni, quando sanno benissimo che solo congelandoli si hanno ragionevoli probabilità di successo? No, nessun medico può dirsi a suo agio con una legge che minacci l’integrità delle persone (quelle vere, quelle che vivono oggi in Italia e nel mondo). E non dovrebbe valere per la Chiesa? La legge vieta qualsiasi forma di selezione degli embrioni. Anche questo è in contrasto con i principi della medicina. Perché scegliere gli embrioni, se uno dei genitori è portatore di anomalie genetiche, serve a evitare di trasmetterle ai figli. La norma attuale impone invece che gli embrioni che vengono dalla fecondazione in vitro vadano messi tutti nell’utero così come sono. Se mai si abortirà dopo, quando si vedrà che il feto è malato. Come può lo stesso Stato avere norme così diverse per circostanze tanto simili?
Per legge, la fecondazione assistita è consentita solo a coppie stabili con problemi di sterilità. E non si può ricorrere al seme di un altro. Certe volte però un donatore servirebbe, o per la cattiva qualità del seme del partner o perché non ci sono abbastanza spermatozoi. I dati sulla qualità del seme maschile sono preoccupanti. Uno studio di qualche anno fa fatto in Danimarca ha dimostrato che la concentrazione di spermatozoi nel liquido seminale, che in media era di quasi 120 milioni per millilitro nel 1938, si è ridotta a 60 nel 1990, ed è ancora meno oggi (e sembra essere così in tutti i Paesi industrializzati). Le cause sono diverse, incluso l’inquinamento delle acque da pesticidi che hanno la stessa attività degli ormoni femminili. I pesticidi, come provocano il cancro, così riducono gli spermatozoi. Se è così, la sterilità è una malattia, proprio come il diabete e l’ipertensione, e va curata come tutte le altre malattie.
La legge impedisce di utilizzare gli embrioni per ottenere cellule staminali. Anche questo sul piano teorico è in conflitto con la medicina, il cui fine ultimo è curare le malattie, o quanto meno limitare i danni (pensiamo all’Alzheimer, al Parkinson, al diabete, malattie per le quali, sostanzialmente, non ci sono cure davvero efficaci). Inoltre, non è affatto detto che per avere cellule staminali si debba uccidere l’embrione. Monsignor Sgreccia, nella sua risposta all’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, riconosce che «la legge è difettosa» ma che un punto di forza almeno ce l’ha: l’aver vietato la sperimentazione sugli embrioni.
Che le cellule staminali embrionali abbiano la capacità di curare qualche malattia è verosimile, e che lo possano fare meglio delle staminali adulte, anche. Ma non è affatto certo. Certezze se ne avranno solo quando queste cellule potranno essere studiate, ma se non si possono studiare non lo si saprà mai. Come uscirne? Affidandosi ancora una volta alle conoscenze. Èvero (come scrive lo studioso Edoardo Boncinelli sul Corriere del 26 gennaio) che non sappiamo di preciso quando comincia la vita e forse non ha nemmeno granché senso chiederselo. La vita inizia con la fecondazione, allorché il gamete del padre incontra quello della madre. Non sempre però. Solo due-tre volte su dieci. Nella maggior parte dei casi l’embrione ha dei difetti e la natura lo elimina. Così muore (ma non muore tutto di un colpo, come nessuno che muore, muore tutto di un colpo). Questo apre delle prospettive per la ricerca sugli embrioni che potrebbero essere in armonia con la dottrina della Chiesa. Mi spiego prendendo spunto da un editoriale recente del Corriere (23 gennaio). Ernesto Galli della Loggia, parlando di fecondazione assistita e di morte e di trapianti, mette in evidenza la contraddizione fra come la Chiesa vorrebbe definire l’inizio della vita e come ha accettato ormai da anni di definire la morte. È vero, la contraddizione c’è (e non è, ame pare, la Chiesa a essersi contraddetta, ma piuttosto lo Stato). In Italia, dal 1993 la legge considera morto —indipendente dall’eventuale prelievo di organi per il trapianto —un individuo che ha perso tutte le funzioni del cervello. Un individuo così non respira più — salvo che attaccarlo ad una macchina che respirerà per lui —, è freddo, non ha riflessi. La nostra legge va molto al di là di quello che basta per la diagnosi di morte. Per poter dire che un individuo è morto, vuole che sia morto tutto il cervello, cioè tutte le cellule di tutto il cervello. Questo si traduce in encefalogramma piatto, sebbene il cuore possa continuare a battere perché le sue cellule si contraggono da sole, anche fuori dall’organismo, anche in laboratorio.
Una volta se un dottore constatava assenza di respiro e di riflessi in un uomo, diceva: «È morto». E non c’era discussione. Oggi però sa che, se uno smette di colpo di respirare, è perché c’è un problema al cervello. Questo una volta non si sapeva, adesso sì, e le leggi di quasi tutti gli Stati del mondo si sono adeguate. Se le leggi sul momento della morte sono evolute con l’evolvere delle conoscenze scientifiche, dovrebbe essere così anche per quando inizia la vita. E anche per quando un embrione —che certamente è un progetto di individuo— smette di esserlo, perché muore. La morte dell’embrione non è la morte di tutte le cellule dell’embrione stesso. Come la morte di un uomo adulto non è la morte di tutte le sue cellule (la barba, i capelli, le unghie continuano a crescere anche in chi è morto da giorni). C’è un momento di non ritorno. Allo stesso modo per la gran parte degli embrioni che la natura elimina, c’è un momento di non ritorno. È quando si inceppano imeccanismi che regolano la crescita. È solo questione di stabilire il momento preciso.
Gli studi in corso, quelli del dottor Howard Zucker, per esempio, della Columbia University di New York, indicano che la strada è aperta. Trovati i marcatori genetici e biochimici giusti si potrà dire quando, di preciso, un embrione che ha smesso di crescere, èmorto. Allora si potranno usare le cellule di un embrione, proprio come da un cadavere si può prendere il rene, o il cuore, per darlo ad ammalati che ne hanno bisogno per vivere. Si obietterà che i criteri per la morte dell’embrione oggi non ci sono ancora. Certo, ma la scienza ci arriverà presto. Ed è importante cominciare a parlarne adesso per evitare che poi società civile — e forse un po’ anche uomini di Chiesa —siano impreparati. Se infatti, come ha stabilito una volta per tutte il Papa nel 2000, donare i propri organi è un atto d’amore, lo sarà certo anche donare le cellule di un embrione, morto anche lui. Allora anche embrioni che oggi sono congelati, e che saranno certamente buttati via, si dovrebbero poter usare per curare le malattie (se no, non ci sarebbe coerenza nemmeno da parte della Chiesa). Chi ha deciso per legge di vietare qualunque sperimentazione sugli embrioni lo ha fatto con delle buone ragioni. Però come spiegarlo agli ammalati? Si è calcolato che interrompere questi studi metterebbe a rischio milioni di persone. Non succederà. La ricerca la faranno altri, in altre parti del mondo. E un giorno ne avremo vantaggio anche noi.