
L’intelligenza è nei geni. Già, ma in quali? Alla ricerca del segreto del sublime pensare, gli esploratori del Dna finora sono puntualmente tornati a mani vuote. E altrettanto puntualmente sono sempre ripartiti per nuove battute di caccia, come quella oggi voluta (e finanziata a suon di milioni di dollari) da Jonathan Rothberg, uno dei tanti imprenditori che grazie alla genetica è entrato nel gotha degli uomini più ricchi del mondo. “Progetto Einstein” è la nuova impresa scientifica che, per cominciare, ha arruolato 400 fra matematici e fisici teorici delle più prestigiose università americane. Grazie agli apparecchi per il sequenziamento del Dna di cui Rothberg è specialista, il genoma dei geni sarà letto dalla prima lettera all’ultima. Toccherà a quel punto al fisico del Mit Max Tegmark mettere i dati a confronto ed estrarre i tratti comuni dei 400 Dna: i geni dei geni, come sono stati ironicamente battezzati.
Nella ricerca del “succo dell’intelligenza” l’uomo ha sempre profuso non poche energie. E raramente tanto sforzo è stato ripagato con risultati così scarsi. Cervelli prestigiosi come quello di Einstein sono stati affettati e analizzati al microscopio alla ricerca di quel “quid” anatomico che non è mai stato davvero individuato. A indirizzare le ricerche sul Dna fu uno degli scopritori della doppia elica, James Watson, che dapprima dichiarò che i geni dell’intelligenza andavano cercati tra i cromosomi degli individui eccezionali. Poi, senza preoccuparsi di apparire immodesto, donò il suo Dna alla causa (ma senza costrutto). E nel 2007 concluse affermando che in ogni caso i fantomatici geni dell’intelligenza sono meno numerosi nei neri africani rispetto agli occidentali. Lo scivolone di Watson non è rimasto isolato. Tre anni più tardi l’assai meno famoso professore dell’università dell’Ulster Richard Lynn sostenne di aver trovato uno scarto nel quoziente intellettivo degli italiani del sud rispetto a quelli del nord. La discrepanza poteva essere spiegata con un apporto genetico dei nordafricani nel nostro Meridione.
Gli ultimi a partire alla caccia del Sacro Graal dell’intelligenza sono stati un anno fa i cinesi. Il più grande istituto di genetica del mondo — che si chiama Bgi e si trova a Shenzhen — sta attualmente macinando i dati del Dna di 1.600 individui superdotati (almeno 160 di quoziente intellettivo, dove la media è 100 e i premi Nobel si aggirano attorno ai 140). Ancora una volta, l’iniziativa ha scatenato un vespaio. Subito dopo l’annuncio di Bgi, lo psicologo della New York University Geoffrey Miller ha accusato il governo cinese di avere la selezione degli embrioni come obiettivo finale. Nulla di tutto ciò potrà avvenire in tempi brevi per il semplice motivo che nessun gene dell’intelligenza è mai stato individuato. Né in realtà il concetto di intelligenza ha mai trovato una definizione soddisfacente. Studi sui gemelli hanno dimostrato che in effetti alcune abilità cognitive si trasmettono all’interno delle famiglie.
E a maggio una ricerca su 125mila persone ha individuato tre varianti genetiche debolmente associate al successo scolastico. L’ipotesi più accreditata però è che alle qualità intellettive contribuiscano reti moltoestesi di geni e non singoli frammenti di Dna, osservabili con gli apparecchi di Rothbergo del Bgi. David Aldous, un esperto di calcolo delle probabilità a Berkeley, è fra i 400 geni arruolati dal Progetto Einstein. «Ho sempre desiderato che qualcuno leggesse il mio Dna, se non altro per stamparne una sequenza su una maglietta» racconta con una gran risata. «Ritengo del tutto implausibile che la componente genetica dell’intelligenza possa essere individuata davvero. Ma chi può dirlo. Magari invece da questo studio verrà fuori qualcosa di inatteso».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.