Il caso Stamina: la scienza spiegata ai magistrati

L’Unità
Carlo Flamigni

E’ possibile, ed è soprattutto sperabile, che di Stamina e delle sue menzogne non si parli più; è anche possibile però che di casi come questo se ne possano verificare altri in avvenire,almeno se non troviamo un accordo su alcune cose apparentemente semplici, come il significato della scienza e la definizione di verità scientifica.

Beppe Severgnini ha scritto (Corriere della Sera, 26 aprile) che la vicenda Stamina è la prova di quanto siamo fragili e distratti oltre ad essere il riassunto di cosa pub accadere quando la scienza è lenta, la giustizia troppo rapida, i media superficiali. Non mi occuperò dei media (ho già troppi nemici), ma vorrei parlare di scienza a chi amministra la Giustizia, ai magistrati. Con una sola premessa: che sono, per quanto pub contare, un loro vecchio partigiano, e che non mi fanno cambiare idea nemmeno le sentenze con le quali sono in disaccordo. Le definizioni di scienza sono molto numerose e non tutte facilmente comprensibili. In questa occasione scelgo la seguente: t’La scienza è il maggiore degli investimenti sociali, un investimento in cui la società si impegna per migliorare la propria qualità di vita (e in particolare quella delle persone più fragili e sfortunate)». Ne deriva che gli scienziati sono stati caricati di una grande responsabilità e hanno precisi doveri nei confronti della società. Robert Merton, nel 1942, precisava questi doveri scrivendo che la scienza deve essere comunitarista, universale, trasparente, disinteressata, capace di scetticismo organizzato. Di una scienza attenta a questi doveri nessuno pub avere paura perché è chiaramente una scienza al servizio dell’uomo.

Le norme di Merton dovrebbero rappresentare insieme i limiti e gli attributi della scienza. Le riassumo. La prima è il comunitarismo: la scienza produce frutti che debbono essere considerati proprietà comune. Questa regola vieta la segretezza. La seconda norma è l’universalismo: i risultati delle ricerche vengono inclusi in un archivio comune, vietando i preconcetti e i privilegi. Il terzo criterio è il disinteresse, dal quale nasce la credibilità della scienza. E un criterio che vale solo per la scienza accademica e che non pub essere considerato né assoluto né dirimente. Gli scienziati sono uomini e chiedere a loro di operare lasciando da parte ogni tipo di interesse personale sembra eccessivo anche a chi appartiene alla schiera dei paladini della scienza virtuosa. Il successivo criterio e quello dello scetticismo organizzato, che deve imporre ai ricercatori di essere dubitosi: essere scettici non significa essere nichilisti, né lasciarsi sopraffare da profondi dubbi filosofici, ma solo saper mettere un freno alla propria ricerca e considerarne con prudenza le conclusioni. Le altre norme, (originalità, creatività, cooperazione, trasparenza) non hanno bisogno di commenti. Lo scetticismo organizzato è, tra tutte le regole di Merton, la più importante perché stabilisce le regole che debbono essere seguite prima che una acquisiziône scientifica possa essere considerata una verità (naturalmente, temporanea e parziale) e sia resa disponibile all’applicazione pratica: non pub in alcun caso essere priva di conferme; deve passare al vaglio dell’approvazione di esperti; non deve avere parti sulle quali qualcuno ha posto l’impegno della segretezza.

Nessuno spazio, proprio nessuno, per la pseudoscienza di Stamina. Un problema che la scienza deve risolvere oggi riguarda la prevalenza, sempre più evidente, della ricerca scientifica post-accademica, quella finanziata dall’industria e dalle multinazionali, dalla quale dipende una conoscenza non sempre basata sull’oggettività, non sempre fondata sul disinteresse personale, sul comunitarismo, sull’universalismo e sullo scetticismo organizzato, cioè sugli imperativi istituzionali della ricerca scientifica. Ne pub derivare una pseudoscienza alla continua ricerca di scappatoie e di scorciatoie che le consentano di acquistare potere e di guadagnare molto denaro. Ultima precisazione: quando si ragiona su questi temi è bene rispettare tutte le regole, inclusa quella di accettare le definizioni ufficiali e di non proporne delle proprie, magari affidandosi all’inganno delle intuizioni. Esempio: si definiscono sperimentali una serie di studi regolamentati a livello di autorità sanitarie, relativi a possibili prodotti farmacologici e sostanze con una presunta azione farmacologica sull’uomo. Una ricerca non è sperimentale se non è inserita in un percorso autorizzato e previsto, il protocollo sperimentale. Si definiscone compassionevole cure o i farmaci in fase di sperimentazione non ancora approvati dalle autorità sanitarie quando vengono impiegati al di fuori degli studi clinici per pazienti che potrebbero trarne beneficio ma che non hanno i requisiti necessari per accedere a uno studio sperimentale. Tutto questo dovrebbe significare qualcosa per i magistrati che si sono lasciati commuovere dal termine «compassionevole».

Queste le regole, le uniche possibili. Se siamo d’accordo nell’accettarle, allora bisogna anche capire che ignorarle – quali che siano le buone e generose intenzioni che possono sollecitarci a farlo – significa commettere un grave errore e creare le basi per molti danni: si diviene collaboratori involontari di soggetti immorali che speculano sulla sofferenza; si apre il cuore di molta povera gente a false speranze, li si espone al grande dolore delle illusioni deluse, si fa scempio della loro fiducia. Approfitto di questa occasione, a proposito delle invasioni di campo, per rispondere a un articolo di Nicoletta Tiliacos (IlFoglio) che insulta me e Corrado Melega per aver scritto, proprio su questo giornale, in difesa della Ru486, la pillola per abortire. La signora Tiliacos ripete le stesse dette e ridette, alle quali abbiamo risposto più volte e alle quali non risponderemo. Se la signora Tiliacos non le vuole leggere, libera di farlo, dovrà accettare che le sue opinioni vengano definite parziali (o di parte) oltreché sbagliate. Voglio solo ricordarle le regole: quello che scrive lei sul suo giornale, quello che hanno scritto Michael Greene e Marc Fisher nel 2005 (gli esperti mondiali di microbiologia si sono riuniti ad Atlanta nel 2006 per discutere questi dati: spero si sia accorta che di quelle particolari infezioni non si parla più) non significa, sul piano scientifico, assolutamente nulla. Quello che conta è l’opinione dell’Oms, delle grandi Associazioni scientifiche, delle ricerche epidemiologiche, e tutte queste opinioni convergono sulla stessa conclusione: i danni da aborto chirurgico e quelli da aborto farmacologico sono in pratica gli stessi. Dunque un po’ più di prudenza, anche perché per quanto so ne uccide più il ridicolo della Ru486. No? Ci pensi: la signora Roccella ha scritto che la mortalità da Ru 486 è 10 volte più elevata di quella da raschiamento. Facciamo i conti: quest’anno ci sono state due donne morte dopo un aborto chirurgico e una dopo un aborto farmacologico, se i conti della signora Roccella fossero esatti mancherebbero 19 decessi da Ru486. Pensa veramente che esista in Italia una organizzazione clandestina che riesce a celare 19 drammi come questi? Con tutti i finti cattolici e i veri bigotti che infestano i reparti di ginecologia? Siamo seri. un vecchio detto latino dice che ognuno di noi dovrebbe limitarsi a fare quello che gli hanno insegnato: così il marinaio dovrebbe alzare le vele, il maniscalco ferrare i cavalli, il medico fare i clisteri: ma tutti possiamo scrivere poesie. È solo un consiglio, ma ci provi, scriva poesie. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.