Il dibattito sui fondi per la ricerca universitaria continua. Avviato sul Sole 24 Ore del 3 gennaio scorso dalla lettera aperta di Fabio Beltram e Chiara Carrozza – direttori rispettivamente della Scuola Normale e della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa – e seguìto da altri interventi, qualche effetto l’ha prodotto.
II ministro Francesco Profumo ha modificato i bandi relativi ai Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale) e ai Firb (Futuro in ricerca per i giovani) emanati il 27 dicembre.
I decreti sono datati 12 e 13 gennaio, ma il tam tam sui siti di docenti e studiosi ha iniziato a rimbalzare in questi ultimi giorni. Naturalmente c’è chi si rallegra e chi – al contrario – si dichiara ancora insoddisfatto. L’assetto generale dei provvedimenti non è stato cambiato.
Tuttavia, alcuni correttivi dovrebbero dare maggiori opportunità di competere alle realtà accademiche meno grandi. Nel caso del Prin risultano ritoccate certe caratteristiche perla presentazione dei progetti nelle 14 aree disciplinari in cui sono classificati i vari ambiti di ricerca.
Per le scienze fisiche, chimiche, biologiche e mediche, nonché per l’ingegneria industriale e dell’informazione, il budget per proposta dovrà restare compreso tra gli 800mila e i 2 milioni di euro (minimo cinque unità di ricerca, nessuna delle quali con costo inferiore ai 1oomila euro).
Per tutte le altre aree, invece, si è variata la forbice dei costi: da 400mila euro (prima era 600mila) a 1,5 milioni (contro i 2 precedenti), con minimo di due unità (erano cinque) e nessuna delle quali con un costo inferiore a 75mila euro (contro i 1oomila del bando del 27 dicembre).
Sono state spostate anche le date di chiusura del bando, posticipandole di circa un mese.
Dunque, un passo indietro del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca? “Non è così – risponde Francesco Profumo -. Semplicemente si tratta del risultato di un confronto costruttivo e mirato a migliorare il bando”. Aggiunge: “Siamo intervenuti nei criteri d’individuazione del numero di proposte ammissibili per ciascuna università, tenendo conto del numero dei progetti approvati negli ultimi tre bandi Prin.
Il criterio premia la qualità sia dei grandi sia dei piccoli atenei, pur limitando il numero di proposte da selezionare. L’obiettivo rimane quello del gioco di squadra, affinché il sistema della ricerca nel suo complesso possa competere al meglio in sede internazionale e, soprattutto, europea. Le proposte saranno valutate con attenzione e con tre valutatori. Saranno selezionati presumibilmente tra i 15o e i 200 progetti, con un finanziamento medio di un milione, con regole e modalità in linea con l’Europa”.
Molti sostengono che la dotazione potrebbe essere più ampia e consistente. E, soprattutto, con criteri concertati prima della call. “Bisogna essere realisti e concreti – ragiona il ministro Profumo-. Le risorse finanziarie sono quasi doppie rispetto all’ultimo bando Prin. Lo sforzo di sintonizzarci con le priorità di "Horizon 2020"— nei settori in cui ciò è possibile – ci potrà consentire di essere più competitivi nell’intercettare i fondi della ricerca europea, riportando a casa una parte rilevante degli investimenti dell’Italia nel prossimo Programma quadro. Si parla di circa 1,7 miliardi all’anno, una cifra dieci volte superiore alle risorse stanziate per i Prin”.
Nell’ultimo Prin (anno 2009) la percentuale dei progetti accolti e finanziati – rispetto a quelli presentati – è bassa: tra i primi 20 atenei italiani per numero di progetti (si veda tabella in pagina, ndr) si va del 22% della Sapienza (62 su 276) al 796 dell’Università di Palermo (6 su 91). ”l punto, adesso, è la rigidità dei vincoli introdotti – interviene Guido Barbujani, docente di Genetica all’Università di Ferrara e presidente della Associazione genetica italiana -; con i nuovi bandi, per esempio, si mantiene il vincolo di cinque gruppi per le scienze biochimiche che debbono concorrere a un progetto. In questo modo si favoriscono operazioni che non hanno anche fare con il merito. I pool che hanno vinto i Nobel non hanno queste dimensioni”.
Ma l’idea di fare "massa critica" sulla ricerca non è sensata? “D’accordo con l’idea della squadra – ribatte Barbujani -, ma la valutazione del merito deve premiare chi vale, non chi si sa muovere bene nei meandri della burocrazia. E per i giovani ricercatori non può valere il numero delle pubblicazioni: qualità, non quantità. Risorse esigue? E vero, però con i criteri degli scorsi anni riuscivamo a tenerci in piedi.
Se pensiamo poi che l’attuale bando Prin si riferisce a fondi del 2010 che vedremo nel 2013… Insomma, spero che ci possano essere altri correttivi”.
Tra i genetisti sta circolando una lettera per Monti e Profumo che vogliono sottoscrivere centinaia di docenti, adesso all’attenzione anche della Federazione scienze della vita (Fisv): puntano a un incontro al Miur.
Sul territorio Favorevole al nuovo corso impresso dal ministero, invece, si dice Maria Ludovica Gullino, ordinario di Patologia vegetale, vicerettore dell’Università di Torino con delega all’internazionalizzazione, nonché presidente dell’International Society of Plant Pathology. “L’esigenza di una selezione preliminare dei progetti- spiega – era stata avanzata più volte. Averla affidata agli atenei, dovrebbe garantire la selezione dei migliori, in base alla qualità, non a semplici equilibri politici. Di fronte a finanziamenti piuttosto limitati, è assurdo mettere in atto lunghi e complessi sistemi di valutazione per un numero molto alto di progetti. Il Prin, pur con tutti i suoi limiti, ci può aiutare a fare sistema, imparando ad allargare i nostri orizzonti e a lavorare in modo più interdisciplinare. E poi – conclude Gullino – lasciamo tempo a Profumo:la sua competenza, come la sua capacità di ascolto, non possono essere messe in discussione”.
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