Il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, non solo ha invitato i cattolici a disertare le urne per il referendum sulla procreazione assistita, ma ora ha esteso il nuovo invito a tutti. E sulla scia di Ruini sì stanno muovendo altri sacerdoti. È giusto che preti intervengano sui referendum?

Non è in questione il diritto del cardinale Ruini (presidente della Conferenza episcopale italiana) di pronunciarsi sulla legge che regola la procreazione assistita e sulle modifiche proposte dal referendum. Nessuno infatti si spinge così avanti: i principi e i valori morali in gioco giustificano pienamente l’intervento della Chiesa. Viene criticato, invece, l’invito ad astenersi dal voto, proposto come espediente efficace per far fallire il referendum e salare la legge. L’obiezione è che il cardinale conceda troppo a un’astuzia che (si dice) dovrebbe essere lasciata ai politici. C’è chi fa osservare che se la politica investe problemi come la difesa della vita, la Chiesa non può certo astenersi dal farsi ascoltare e combattere la sua battaglia; mentre un impegno così diretto è dispiaciuto a quei cattolici, decisi a difendere le loro convinzioni, che avrebbero preferito la scelta di esprimersi con il voto. Tuttavia, nessuno ha contestato che la condotta suggerita dal cardinale Ruini, da un lato, sia legittima e, dall’altro, possa davvero rivelarsi il modo meno incerto per ottenere il risultato voluto. C’è poi un’altra considerazione da fare: alla Chiesa, oggi, manca quella mediazione politica che, in passato, fu assicurata dalla Democrazia cristiana. Non difettano, nei partiti, presenze cattoliche autorevoli, ma non possono certo svolgere la funzione che ebbe quel grande partito cardine della politica italiana. Così, la Chiesa si piega alla necessita di entrare negli stratagemmi della politica come strumenti concreti per difendere i suoi principi. Va infine detto che, tutto sommato,un indicazione di voto,o di non voto, può essere accolta oppure no. Da questo punto di vista siamo tutti maggiorenni.