<b>10 Novembre 2003</b> – Uno degli studi più ampi e rigorosi sulle condizioni di salute dei «figli della provetta» è quello condotto dall'équipe del professor Bo Stromberg all'Università di Uppsala, in Svezia, e pubblicato da "Lancet" nel febbraio 2002. Uno studio che analizza 5.680 casi di nascite da Ivf, comprese tra il 1982 e il 1995: gli ex bambini, quindi, sono stati seguiti fino all'età adulta. Tutto a posto, dunque? Non del tutto. Il responso svedese, quello che più di tutti ha affrontato lo sviluppo neurologico dei figli della fecondazione artificiale, si chiude con delle ombre.
Leggendo i numeri del rapporto di Uppsala, e confrontandoli con i nati da gravidanze fisiologiche, emerge un dato inquietante: un aumentato rischio di problemi neurologici, in particolare riconducibili a paralisi cerebrali di diversa entità e gravità. Un sospetto così grave che gli stessi ricercatori svedesi si affrettano a chiarire come questa effettiva maggiore incidenza di disordini neurologici tra gli Ivf babies – in un gruppo di 2.060 gemelli l'incidenza dell'handicap è di tre volte maggiore che nel resto della popolazione – non è riconducibile alla fecondazione in vitro in sé, quanto alle gravdidanze multiple che soprattutto nei primi anni, ma molto spesso ancora oggi, conducono alla nascita di neonati prematuri e sottopeso. Sia la prematurità grave, anteriore alle 32 settimane gestazionali, che la nascita fortemente sottopeso, sono fattori che espongono seriamente a gravi handicap motori e mentali. Non la «provetta» in sé, dunque, ma l'abitudine di impiantare tre o quattro o cinque embrioni, nella speranza che qualcuno sopravviva, avrebbe portato al parto di gemelli e trigemini – che in effetti in questi anni in Europa sono molto aumentati – a volte purtroppo lesi, alcuni leggermente, qualcuno in maniera grave.
Il fenomeno sarebbe tanto più forte nei Paesi come l'Italia, in cui per un bambino in provetta si paga e anche tanto. Ogni tentativo non costa meno di tremila euro, a volte anche diecimila. C'è chi tenta quattro, cinque volte. Naturale che a ogni tentativo i genitori chiedano non una speranza, ma almeno due, o tre, a volte di più. Se tutti gli embrioni attecchiscono si procede spesso alla «riduzione delle camere gestatorie», cioè all'aborto selettivo. Oppure si va avanti, ma nascono prematuri, di pochi etti di peso. I servizi sanitari nazionali fanno i conti: un'incubatrice per prematuri gravi costa fino a 1.500 euro al giorno per bambino. I giornali invece si commuovono, ma la sopravvivenza di un neonato di qualche etto è una sfida mortale, e a volte continua per tutta la vita.
C'è a chi tocca, senza responsabilità di nessuno, in sorte. Terribile, però, questa sorte, andarla a cercare, deliberatamente impiantando quattro o cinque embrioni, come fossero biglietti di una lotteria – più ne hai, più hai possibilità di vincere. È quello che alcuni medici hanno fatto in questi anni. Ci sono famiglie che, in silenzio, ne pagano il prezzo. Senza raccontarlo ai giornali. Quelli scrivono solo dei trionfi, delle nonne diventate madri a sessant'anni. Il rapporto di Uppsala si chiude con una sommessa raccomandazione: impiantate un solo embrione per volta, per favore.
Leggendo i numeri del rapporto di Uppsala, e confrontandoli con i nati da gravidanze fisiologiche, emerge un dato inquietante: un aumentato rischio di problemi neurologici, in particolare riconducibili a paralisi cerebrali di diversa entità e gravità. Un sospetto così grave che gli stessi ricercatori svedesi si affrettano a chiarire come questa effettiva maggiore incidenza di disordini neurologici tra gli Ivf babies – in un gruppo di 2.060 gemelli l'incidenza dell'handicap è di tre volte maggiore che nel resto della popolazione – non è riconducibile alla fecondazione in vitro in sé, quanto alle gravdidanze multiple che soprattutto nei primi anni, ma molto spesso ancora oggi, conducono alla nascita di neonati prematuri e sottopeso. Sia la prematurità grave, anteriore alle 32 settimane gestazionali, che la nascita fortemente sottopeso, sono fattori che espongono seriamente a gravi handicap motori e mentali. Non la «provetta» in sé, dunque, ma l'abitudine di impiantare tre o quattro o cinque embrioni, nella speranza che qualcuno sopravviva, avrebbe portato al parto di gemelli e trigemini – che in effetti in questi anni in Europa sono molto aumentati – a volte purtroppo lesi, alcuni leggermente, qualcuno in maniera grave.
Il fenomeno sarebbe tanto più forte nei Paesi come l'Italia, in cui per un bambino in provetta si paga e anche tanto. Ogni tentativo non costa meno di tremila euro, a volte anche diecimila. C'è chi tenta quattro, cinque volte. Naturale che a ogni tentativo i genitori chiedano non una speranza, ma almeno due, o tre, a volte di più. Se tutti gli embrioni attecchiscono si procede spesso alla «riduzione delle camere gestatorie», cioè all'aborto selettivo. Oppure si va avanti, ma nascono prematuri, di pochi etti di peso. I servizi sanitari nazionali fanno i conti: un'incubatrice per prematuri gravi costa fino a 1.500 euro al giorno per bambino. I giornali invece si commuovono, ma la sopravvivenza di un neonato di qualche etto è una sfida mortale, e a volte continua per tutta la vita.
C'è a chi tocca, senza responsabilità di nessuno, in sorte. Terribile, però, questa sorte, andarla a cercare, deliberatamente impiantando quattro o cinque embrioni, come fossero biglietti di una lotteria – più ne hai, più hai possibilità di vincere. È quello che alcuni medici hanno fatto in questi anni. Ci sono famiglie che, in silenzio, ne pagano il prezzo. Senza raccontarlo ai giornali. Quelli scrivono solo dei trionfi, delle nonne diventate madri a sessant'anni. Il rapporto di Uppsala si chiude con una sommessa raccomandazione: impiantate un solo embrione per volta, per favore.
<i>di Marina Corradi</i>