Distrofia muscolare e atassia, malattie genetiche trasmesse attraverso il Dna dalla madre al figlio, potrebbero essere debellate per sempre nell’arco di una generazione intervenendo sull’ovulo prima della fecondazione. Sostituendo la componente mitocondriale “difettosa” della madre con quella sana di una donatrice, il nascituro, sano, avrebbe il 98,8% del DNA dei genitori: solo una minima parte residua costituita da 37 geni (su circa 23.000) della donatrice entrerebbe nel suo corredo genetico.
Lo studio inglese sulla nuova tecnica, annunciata nel 2010 sulla rivista scientifica Science dopo numerose sperimentazioni di laboratorio su cavie animali, è ora a una fase avanzata. La Wellcome Trust centre for Mitochondrial Research ha infatti annunciato uno stanziamento di circa sei milioni di sterline per la ricerca all’Università di Newcastle, ipotizzando che entro tre anni si potrebbe giungere al risultato sperato. Il segretario alla Salute inglese prima di proporre al parlamento una legge di modifica che renda leciti e realizzabili interventi di questo tipo – attualmente non consentiti perché implicherebbero modifiche al materiale genetico – ha rivolto una richiesta all’Autority in materia di fecondazione per una consultazione dell’opinione pubblica che verrà informata delle caratteristiche della malattia da combattere e della nuova tecnica che si vorrebbe sperimentare.
All’annuncio della notizia, data dal Telegraph, l’opinione pubblica inglese si sta appassionando e dividendo, come prevedibile, in favorevoli e contrari per ragioni etiche, di coscienza o religiose. C’è da dire che l’esito di questo dibattito non sarà (nella società inglese) influenzato da terze parti estranee diversamente ciò che avviene in Italia, dove una parte preponderante del parlamento appare appiattita sulle questioni di bioetica ai diktat provenienti da Oltretevere e nessuna discussione seria e pacata è finora stata possibile nelle aule parlamentari.
Se mai questa innovativa tecnica verrà messa a punto, la sua adozione si scontrerebbe con la legge 40 sulla fecondazione assistita. La sostituzione della componente mitocondriale con quella di una donatrice sana andrebbe in netto contrasto con il comma 3 dell’articolo 4: "È vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo". Se è vero che alcuni pezzi della legge sono stati rovesciati a colpi di sentenze, lo zoccolo duro del divieto di ricorso a donatori esterni permane. Non solo nel 2005, a causa di una campagna battente per l’astensione condotta da Chiesa e affiliati, non si raggiunse il quorum per il referendum che ne chiedeva l’abrogazione, ma è solo di un paio di mesi fa la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo secondo la quale vietare la fecondazione eterologa non è una violazione diritti umani. E ciò taglia la testa al toro ai ricorsi di quelle coppie italiane che, portatrici di malattie geneticamente trasmissibili, denunciano la discriminazione indotta da una legge che non consente loro, al pari degli altri cittadini, di poter generare figli sani.
Dobbiamo aspettarci quindi un aumento del turismo riproduttivo? Probabilmente sì. Alle frotte di coppie che recandosi all’estero aggirano il divieto italiano di ricorrere a un donatore di gameti si aggiungeranno quelle che, se la ricerca darà i risultati aspettati, potranno finalmente avere un figlio senza rinunciare a passargli il loro patrimonio genetico. Ad aumentare il paradosso di un paese che difende la vita “naturale” ma poi si accanisce a conservarla anche quando la “natura” dice stop.
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