«Se Reeve e Fogar avessero voluto farla finita… sempre grazie a tanti soldi, state tranquilli che l`eutanasia gliel`avrebbero fatta dall`oggi al domani senza dire beh. Nessuno sa niente e se ne sono andati in pace. Non escludo che sia andata proprio così». Punta al sodo, l`ex operaio Adolfo Baravaglio, 52 anni, da diciotto tetraplegico in seguito a un incidente d`auto. Il letto è la sua gabbia e lui che ci sta dentro può muovere solamente il collo, le spalle e il braccio destro, ma non la mano. Tira avanti assistito da Agnese, la moglie che lo accudisce («dai, abbandonami le disse una volta una se lo fai non tornare mai più»), dividendo la disperazione ormai indurita e 1300 euro al mese. La malattia, la paralisi, certo, non guardano allo stato sociale e al censo. Tant`è.
La storia di Adolfo Baravaglio di Pray Biellese, che non ha mai saputo che cosa siano la ricchezza e la fama, toccate invece all`attore-regista-produttore Cristopher Reeve e al navigatore Ambrogio Fogar, non si nutre degli «eroismi» di chi, in qualche misura, già era eroe nella prima vita. L`effetto, immediato, è quello di un pugno nello stomaco. E, via via, si scoprono le miserie quotidiane, le urla, le «bestemmie» della carne che marcisce. L`Adolfo marcio, condannato a vivere. Fino a quando? Gianni Vattimo, autore della prefazione del libro Perché »ai torturate? Storia dell`uomo rinchiuso in una gabbia grande quanto il suo corpo (a cura di Gabriele Vidano e Letizia Moizzi, Tea, pagine 160, euro 10) riflette e dà le sue risposte: «Ogni essere razionale finito, come direbbe Kant, non può che rabbrividire pensando all`immobilità per un uomo, totale inerzia di un corpo che è gabbia di una mente sana e lucida. L`uomo è creato diverso da una pianta con tutto il rispetto per coloro che saprebbero accontentarsi di una vita da vegetale, per coloro che sono più forti e in grado di aprirsi strade che il nostro intelletto non ci consente- ed è doveroso rispettare la volontà di chi non accetta simili orribili "metamorfosi". Costui non va obbligato, non va rinchiuso né condannato, né giudicato». Per sostenere la battaglia in favore dell`eutanasia, argomento attuale, molto controverso (soprattutto dopo il caso di Piergiorgio Welby, con gli strascichi giudiziari e le polemiche sulla negazione dei funerali religiosi), Vattimo prende di petto anche la questione del «diritto naturale» invocato dalla Chiesa e dai cosiddetti atei devoti. «Perché mai s`interroga la carità di Dio, il suo amore perle creature, dovrebbe trovare un limite nel diritto naturale alla vita, qualunque essa sia? Dio non può, nemmeno lui, permettere a un uomo che soffre senza speranza di guarigione di porre fine al- la propria vita?». Le sue argomentazioni trovano riscontro nelle considerazioni semplici e crude di chi ci mette pelle e tormenti. «Mi sento inutile e sgradevole -confida Baravaglio- faccio venire il vomito, mi vergogno tanto, ma voglio descrivere con dovizia di particolari questo schifo perché non abbiate dubbi su quel che è questa tortura…». 11 grido: «Non mi dicano che sono un vigliacco! Io non voglio farla finita perché ho il raffreddore, non ho neanche un cancro con prospettiva di un anno o due. Qua, se va bene, vado avanti ancora dieci anni. lo ne accetto solo più `uno, per vedere se questa testimonianza smuove qualche coscienza». L`ex operaio biellese spiega di essere ateo, ma nota che, anche se credesse in Dio, avrebbe qualcosa da obiettare a chi si arroga il diritto di affermare «che cosa Dio vuole o non vuole, senza un senso, senza una ragione». «Una volta – racconta – ho detto chiaramente all`Agnese che dovevamo pianificare un modo per farla finita. Si è messa le mani nei capelli, ho visto la disperazione nei suoi occhi. Col bene che mi vuole, sarebbe anche capace. Ma non posso pensare che, per una stupida legge, venga condannata». Poi, c`è la storia vista da lei, cioè dalla moglie dell`Adolfo. L`incipit rivelatore: «Eccomi qua, sono io, l`Agnese. O meglio, quel che resta dell`Agnese».