Si ferma tutto? Può essere. Il papà di Eluana ha sempre sostenuto che ogni decisione, ogni atto estremo, dovesse essere eseguito nel nome della legge. Dopo sedici annidi calvario non si può certo accusarlo di essere l’uomo dei blitz, difficile che voglia fame adesso. Però ieri ha fatto parlare il suo legale: «Per il momento non cambia niente. Noi andiamo avanti, e la famiglia di Eluana porrà in atto la sentenza della Cassazione, sospendendo l’alimentazione della figlia quando lo riterrà opportuno, anche se c’è una sentenza che lo autorizza a pensare la fine di sua figlia». Inoltre se il Senato decidesse effettivamente di sollevare conflitto di attribuzioni con la Cassazione davanti alla Corte Costituzionale, si tratterebbe di un’iniziativa senza precedenti. Perché la Cassazione non è mai stata parte di un conflitto sollevato dal potere legislativo per una sua sentenza.
La decisione arriva il giorno nel quale un sondaggio della Swg rivela che l’81 per cento degli italiani è favorevole alla sospensione dell’alimentazione per Eluana. Che questo però non si traduca in politica non è una sorpresa perché molti, nella sentenza dei giudici d’Appello di Milano, ve- dono lo scardinamento di un sistema che fino ad ora ha vietato l’eutanasia e chiuso un occhio sulle «dolci morti» che sono prassi nel privato. Proprio ieri 26 neurologi hanno chiesto alla Procura generale di impugnare la sentenza. Ma arriva, con grande tempestività, all’indomani dell’altolà del cardinale Bagnasco sul caso Englaro: «Non si può procedere a una consumazione di una vita per sentenza». Dice il ministro il ministro del Welfare Sacconi: «Meglio un dibattito parlamentare. Sul caso di Eluana è più corretto un sereno dibattito parlamentare senza pregiudizi». Sono 16 anni che Beppino Englaro domanda alla Politica, ai Giudici, alla Sanità un sereno dibattito che dia ragione dei tanti casi come quello di Eluana. Più di duemila in Italia. E sono sedici anni che a ogni domanda – rivolta ai giudici – di rispettare la volontà espressa da sua figlia di rifiutare l’accanimento terapeutico gli viene risposto di no. Questo fino a una settimana fa.
In Italia ci sono almeno 4 norme, alcune espressione della Carta Costituzionale, che tutelano al massimo la libertà scelta nel dire sì o no alla cura. La legge però non c’è e in Parlamento ci sono 8 proposte di legge sul testamento biologico che giacciono in commissione ormai da anni. Nessuno le guarda. Nessuno si impegna a discuterle. Poi arriva un magistrato come Lamanna al quale viene chiesto di prendersi una responsabilità su ciò che altri non decidono, e allora si chiede quel dibattito mai messo all’ordine del giorno. Il giudice Filippo Lamanna è l’uomo che materialmente ha scritto il decreto che autorizza Eluana a morire. Intervistato dall’Ansa ieri ha spiegato due cose: la prima è che un giudice quando decide deve rispondere solo alla legge e alla propria coscienza e non preoccuparsi delle reazioni anche se queste vengono dalla Chiesa. La seconda è che nella concreta situazione di Eluana Englaro, i magistrati sono stati chiamati a valutare se la decisione del tutore (cioè il padre) fosse o meno conforme alle scelte che avrebbe fatto la stessa Eluana in vita e la risposta è stata affermativa.