Angelo Serra
Dalla stampa emerge in modo molto evidente il richiamo insistente al contrastato tema dell’embrione umano. Spinte di alcuni scienziati e pressioni di abili tecnologie da una parte, e dall’altra una medicina sempre più tecnologizzata in vista di nuovi tentativi terapeutici quale la fecondazione in vitro (Fiv), hanno portato a dimenticare, fino a rifiutare, la reale natura di questo soggetto umano al suo apparire: è stata,
cioè, offuscata e negata la verità del “concepito”, che è “figlio”.
Per completare il quadro si sono aggiunti i sofismi di qualche filosofo che afferma che l’embrione umano è senza dubbio un “insieme di cellulle” umane il quale, tuttavia, non costituisce un reale individuo umano ma è solo “in potenza” a diventare tale a un dato momento, convenzionalmente stabilito, nel processo del suo sviluppo. Un richiamo ai principali tentativi di questa aggressione alla più debole di tutte le creature umane permetterà di rivelarne la grave ingiustizia.
Il primo atto ufficiale contro l’embrione umano è datato 1990. R. G. Edwards, padre tecnico della prima bambina concepita in vitro, riconosciuti i gravi fallimenti di quella tecnica, che porta a una immane ecatombe di esseri umani allo stadio embrionale, in un convegno internazionale affermava:”Insisto sulla necessità di studiare la crescita in vitro per migliorare l’alleviamento della infertilità e delle malattie ereditarie e per approfondire altri problemi scientifici ed etici”.
Ottima, ovviamente, l’intenzione; ma debole e pericoloso il pensiero che condusse nel 1990 all’approvazione a forte maggioranza, da parte delle due Camere inglesi, di una legge la quale consentiva che “la ricerca avrebbe potuto essere condotta su ogni embrione umano risultante dalla fertilizzazione in vitro, qualunque ne sia la provenienza, fino al termine del quattordicesimo giorno dalla fertilizzazione”
Da allora milioni di embrioni umani, in molte nazioni, sotto la protezione della legge o no, sono stati privati della loro vita, ridotti allo stato di “materiale da ricerca”
La stessa “Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina”, faticosamente preparata e definitivamente adottata dal Consiglio d’Europa il 19 novembre 1996, a Oviedo, si limitava a raccomandare all’articolo 18: “Dove la legge permette la ricerca sugli embrioni in vitro, questa dovrebbe assicurare un’adeguata protezione dell’embrione”. Quale adeguata protezione? Non stava forse più alla base dell’etica della sperimentazione clinica sull’uomo il principio che questa deve essere preceduta daun’ampia sperimentazione su animali a lui fileticamente più prossimi? Norma questa stabilita per evitare che il soggetto umano
Contro gli stessi dati della scienza è stata inventata lacategoria del pre-embrione, una palese assurdità logica
potesse diventare oggetto di sperimentazione rischiosa non a suo vantaggio. Ma proprio per sfuggire a questa norma, che avrebbe impedito ogni ricerca sugli embrioni umani, erano stati inventati e attribuiti in nome della scienza, contro gli stessi dati della scienza, il titolo e la qualità di pre-embrione all’embrione umano dei primi quindici giorni. Qualità nominale, ma falsificatrice, che negava all’embrione ladignità di “soggetto umano” e il diritto alla vita proprio nei suoi primi giorni di intensa e autonoma attività secondo la leggescritta nel suo piano programma inciso nel Dna.
Peggio ancora oggi si afferma con incomprensibile leggerezza che non è la scienza che “possa cavarci le castagne dal fuoco”, perché essa non può esprimersi in questo campo, ma è la società che deve definire per convenzione la qualità della nostra esistenza, in modo analogo a quanto avviene quando si definisce, ad esempio, che a 18 anni comincia la maggiore età. Si era così preparato il terreno a qualsiasi abusodi questo “soggetto uomo” e “figlio” nelle primissime fasi della sua esistenza.
A giustificazione di questo evidente gravissimo abuso era stata espressa un’attenuante:la necessità di rendere più efficiente la nuova tecnologia della riproduzione medicalmente assistita. Si impone allora una domanda: tutta questa sperimentazione condotta ormai dal 1969— anno in cui si iniziò a lavorare intensamente sugli embrioni umani nella prospettiva di dare un “figlio sano” a coppie intensamente desiderose di averlo — a quali risultati ha condotto? La risposta sta nelle cifre elaborateda organismi ufficiali.
Quelle preparate pei l’Europa dalla Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) relative al 1999, in cui sono inclusi anche i dati 444 cliniche della fertilità italiane, registra.no su 258.460 cicli iniziati una media europea di solo il 21 per cento delle donne che sono riuscite ad avere il “bambino in braccio”; media che, secondo la stessa fonte, scenderebbe per l’Italia al 17 per cento, il 25 per cento delle quali con gravidanze bi-trie anche tetra-gemellari. Insomma, il “bambino in braccio” è ancora il privilegio diuna coppia su cinque o sei che lo desiderano.
Scienza e tecnologia, in 36 anni, non hanno risparmiato né ricerche nè mezzi per superare gli ostacoli; ma, finora, i risultati sono fortemente deludenti per la massima parte delle coppie che affrontano questa via lunga, faticosa e costosa, e sono gravemente danneggiate da tre punti di vista: fisico, psicologico ed economico.
Ma c’è qualcosa di più grave, totalmente dimenticato e volutamente sottaciuto nella informazione: è la elevatissima incidenza di embrioni — tutti “figli” — destinati, con piena coscienza, a morte certa. Tutte le statistiche confermano quanto nel 2001 affermava R.M. L. Winston, uno tra i più noti operatori in questo campo: “Soltanto circa il 10 per cento degli embrioni trasferiti producono un bambino, e circa 40.000 generati ogni anno durante questi trattamenti in Inghilterra non possono essere trasferiti e periscono”.
Morte “programmata”, che si sta estendendo, sotto una forte spinta eugenistica, alla eliminazione volontaria di ogni embrione diagnosticato — attraverso le tecniche offerte dai progressi della genomica umana —suscettibile di manifestare serie patologie, o giudicato diverso da quello voluto, o in sovrappiù rispetto all”‘uno” desiderato. Situazioni e prospettive, ormai da tempo in atto,che hanno condotto lo stesso Winston a scrivere nel 2002 in un articolo: “Non si dovrebbe permettere che la disperazione dei pazienti, l’arroganza medica e le pressioni commerciali siano gli aspetti chiave determinanti in questa produzione di esseri umani. Portare un bambino al mondo è la più seria responsabilità. Non possiamo ignorare le nubi che si stanno addensando su queste terapie”. In realtà, qualunque ragione pseudoscientifica si cerchi di portare, siamo di fronte a una chiaramente voluta strage degli innocenti.
A questo hanno portato l’introduzione e lo sviluppo, in campo medico,di una tecnologia pensata, forse in buona fede, per andare incontro a un desiderio di vita, ma sfociata in un’involuzione di morte. Ed è difficile comprendere come sia possibile essere indifferenti, da ambedue le parti, richiedenti e medico, all’omicidio multiplo intenzionale che accompagna i pochissimi nati.
Purtroppo, nella cultura di oggi, l’alto concetto di “figlio” è stato degradato a quello di un prodotto pseudoterapeutico, molto costoso per chi lo compra e assai fruttuoso per chi lo offre. Il secondo atto ufficiale contro l’embrione umano risale al 2001.
Un gruppo di ricercatori della Wisconsin University a Madison, negli Stati Uniti, pubblicava un lavoro
in cui si dimostrava la possibilità di ottenere, dalle cellule di embrioni umani al quinto giorno circa dalla fecondazione, cellule pluripotenti non ancora differenziate,dette cellule staminali embrionali (ESc). In realtà, sulla base di precedenti ricerche compiute sul topo, esse avrebbero potuto dare origine, in seguito a differenziazione spontanea o indotta, a cellule dei più diversi tipi di tessuto. Sembrava di aver trovato
finalmente una fonte inesauribile di cellule da cui derivare altre cellule — nervose, muscolari, epiteliali, ematiche, ecc. — che, impiantate in organi malati con le dovute attenzioni per evitarne il rigetto, ne avrebbero consentito la riparazione, ridonando così la salute a soggetti affetti da gravi patologie.
A una considerazione esclusivamente scientifica e tecnologica, pareva aprirsi una grande speranza per la medicina. Sotto le pressioni di scienziati, medici e pubblico, in Inghilterra il governo Blair nel giugno 1999 chiede la formazione di un Comitato per “esaminare se avrebbero dovuto essere permesse nuove aree di ricerca su embrioni umani, capaci di condurre a più ampie conoscenze su, ed eventualmente a nuovi trattamenti di, tessuti o organi malati o danneggiati”
Il 14 agosto 2000 era reso noto il testo definitivo del documento preparato dal comitato. Visi proponeva il “sì” per due nuovi procedimenti, che estendevano l’uso di embrioni umani precoci per due nuovi campi di ricerca: 1) la preparazione di cellule staminali embrionali; e 2) la donazione terapeutica.
La risposta del governo fu di immediata e piena approvazione delle due proposte (la votazione delle Camere aveva raggiunto circa i due terzi dei voti favorevoli).Era così legalmente approvata la riduzione dell’embrione umano a prezioso strumento tecnologico sotto l’egida di una “buona azione medica.La preparazione delle cellule staminali embrionali implica in realtà: a) la produzione di embrioni umani in vitro o la utilizzazione di quelli sopravanzati ai trattamenti di fecondazione in vitro nelle pratiche di riproduzione tecnicamente assisitita, crioconservati o meno; b) il loro sviluppo fino allo stadio di “blastocisti” di circa 60-120 cellule; c) il prelevamento, da queste, delle cellule — circa 30-40 — che ne costituiscono la cosiddetta “massa cellulare interna” acm): operazione questa che implica l’arresto dello sviluppo embrionale e la distruzione dell’ embrione; d) la coltura di queste cellule, con particolari accorgimenti e in adatti terreni, sino alla formazione — in seguito alla loro ininterrotta moltiplicazione — di popolazioni di cellule autonome dette “linee cellulari”, capaci di moltiplicarsi per mesi e anni conservando le caratteristiche proprie di “cellule staminali” e dette perciò “cellule staminali embrionali” (Embryo Stem ceils o ESc).
Per la loro utilizzazione, tuttavia, era necessario ottenerne le “cellule differenziate”, dotate di ben determinate caratteristiche strutturali e funzionali quali, ad esempio, cellule muscolari, nervose, epiteliali, ematiche, germinali e molte altre. Ma proprio questo ulteriore passo, assolutamente indispensabile, ha incontrato finora serie difficoltà, facili a comprendere da un punto di vista biologico: si tratta soprattutto di identificare gli specifici processi molecolari che sottostanno alle impressionanti prestazioni di ciascun tipo di cellule staminali, compito in realtà complesso e arduo.
E’ qui sufficiente ricordare la testimonianza di fallimento di questa linea di ricerca che i tre più grandi gruppi di lavoro, presso rinomatissime ditte farmaceutiche, hanno voluto esprimere dopo tre anni di ricerche intensamente volute e altamente finanziate.
E’ ampiamente riportata in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Science del 21 marzo 2003 che s’intitola: “Le cellule staminali perdono lo splendore del mercato”, e afferma: “Le compagnie in gara per trasformare le cellule staminali embrionali in trattamenti medici stanno riducendo il loro personale e, in alcuni casi, le loro attese”.
D’altra parte, i grandi e ormai rapidi progressi nel campo delle cellule staminali nella cosiddetta donazione
terapeutica di terapeutico per ora non c’è nulla, soltanto una prospettiva non dimostrata cosiddette “adult&, già attive a iniziare dalle prime settimane di vita, lasciano già intravedere che questa provocatoria e, da un
punto di vista bioetico, non corretta linea di ricerca sulle cellule staminali embrionali non è affatto indispensabile per una prudente e seria medicina riparativa.
La donazione terapeutica venne proposta come un ulteriore passo per la preparazione di cellule staminali embrionali immunologicamente compatibili con il soggetto a cui avrebbero dovuto servire per un trattamento di medicina rigenerativa. Essa richiede il trasferimento del nucleo di una cellula somatica di un dato soggetto in un ovocita umano denucleato a cui segue, anche se molto raramente, lo sviluppo embrionale
dell’ovocita transnucleato fino allo stadio di blastociste, l’estrazione da questa della massa cellulare interna, la produzione delle cellule staminali e, infine, delle cellule differenziate desiderate. Queste cellule curate, se necessario, attraverso terapia genica, sarebbero allora pronte per l’impianto nel paziente, senza rischi di rigetto. In questo caso, ovviamente, l’embrione che riesce a iniziare il suo sviluppo è un “clone” allo stadio embrionale del soggetto donatore del nucleo, costruito a puro scopo di ricerca in vista di possibili applicazioni incampo terapeutico.
Di fatto il procedimento della donazione terapeutica, che è propriamente donazione di embrioni umani a fine di ricerca (“research cloning”) in prospettiva terapeutica, è già stato tentato con scarsi risultati, tanto che i primi a cimentarvisi, J.B. Cibelili e colì.
Nel 2001, concludevano il loro lavoro affermando: “Noi insistiamo che l’uso del trasferimento nucleare(NT) nella riproduzione umana è allo stato attuale ingiustificato”. Tuttavia, anche se il titolo di un serio commento sulla rivista Science affermava: “La notizia della donazione accende dibattito e scetticismo”, le aperture a questa nuova tecnologia continuano:il 10 agosto 2004, la Human Fertilization and Embryolo~ Authority (Hfea) concesse la richiesta autorizzazione per la donazione terapeutica a un gruppo di ricercatori della Università di Newcastle, e nel febbraio 2005 al Roslin Institute.
Le posizioni e le decisioni prese dalle nazioni che hanno affrontato le prospettive e i problemi etici di questo nuovo campo di ricerca, pur variando nei limiti normativi, mettono in evidenza, nella società del mondo cosiddetto “sviluppato”, la caduta o il pericolo del crollo di due dei più fondamentali
valori sociali: la dignità dell’essere umano e il suo diritto alla vita fin dal concepimento.
In breve, allo stato attuale, in ambedue le linee di ricerca, gli embrioni.
Una corrente di pensiero scientifico, non confessionale,ritiene che 1’uso odierno brio a scopo di ricerca sia inaccettabile umani, sviluppati fino al quinto giorno circa, rispettivamente dalla fecondazione o dalla transnucleazione, sono distrutti allo scopo di ottenerne cellule staminali capaci di dare origine, in seguito a processi didifferenziamento, a particolari tipi desiderati di cellule, a seconda del tessuto da riparare.
Per chi riflette sulle responsabilità delle proprie azioni si impone, allora, una domanda: quale è la ragione o quali sono le ragioni per ritenere giustificata la distruzione — senza mezzi termini, l’uccisione — di tanti embrioni umani? La risposta è data nel Rapporto Donaldson, sopra ricordato:”Alcuni affermano che l’embrione non richiede né merita alcuna particolare attenzione morale in ogni caso; il Comitato invece ritiene preferibile la posizione di coloro che riconoscono all’embrione uno statuto speciale in quanto potenziale essere umano, ma sostengono che il rispetto dovuto all’ embrione è proporzionale al suo grado di sviluppo, e che questo rispetto, soprattutto negli stadi iniziali può essere controbilanciato dai benefici potenziali derivanti dalla ricerca”.
Tuttavia, lo stesso Comitato con molta onestà aveva voluto riconoscere e sottolineare che “una significativa corrente di pensiero” ritiene “l’utilizzo di qualunque embrione per scopi di ricerca immorale e inaccettabile”.
Quest’ultima è la posizione alla quale conducono la conoscenza della verità biologica dell’embrione umano e la riflessione razionale sopra il suo reale stato ontologico.
Posizione che non è un’imposizione fatta dalla Chiesa cattolica in nome della fede che professa, tesa — come si vuole far credere — a impedire il progresso scientifico.
E’,al contrario, come afferma espressamente la “Donum Vitae”, un intervento “ispirato all’amore che essa deve all’uomo aiutandolo a riconoscere e rispettare i suoi diritti e i suoi doveri. Riconoscimento dettato dalla ragione, cioè dall’uomo che riflette su se stesso e sulle sue azioni, derivandone le proprie responsabilità”.
cioè, offuscata e negata la verità del “concepito”, che è “figlio”.
Per completare il quadro si sono aggiunti i sofismi di qualche filosofo che afferma che l’embrione umano è senza dubbio un “insieme di cellulle” umane il quale, tuttavia, non costituisce un reale individuo umano ma è solo “in potenza” a diventare tale a un dato momento, convenzionalmente stabilito, nel processo del suo sviluppo. Un richiamo ai principali tentativi di questa aggressione alla più debole di tutte le creature umane permetterà di rivelarne la grave ingiustizia.
Il primo atto ufficiale contro l’embrione umano è datato 1990. R. G. Edwards, padre tecnico della prima bambina concepita in vitro, riconosciuti i gravi fallimenti di quella tecnica, che porta a una immane ecatombe di esseri umani allo stadio embrionale, in un convegno internazionale affermava:”Insisto sulla necessità di studiare la crescita in vitro per migliorare l’alleviamento della infertilità e delle malattie ereditarie e per approfondire altri problemi scientifici ed etici”.
Ottima, ovviamente, l’intenzione; ma debole e pericoloso il pensiero che condusse nel 1990 all’approvazione a forte maggioranza, da parte delle due Camere inglesi, di una legge la quale consentiva che “la ricerca avrebbe potuto essere condotta su ogni embrione umano risultante dalla fertilizzazione in vitro, qualunque ne sia la provenienza, fino al termine del quattordicesimo giorno dalla fertilizzazione”
Da allora milioni di embrioni umani, in molte nazioni, sotto la protezione della legge o no, sono stati privati della loro vita, ridotti allo stato di “materiale da ricerca”
La stessa “Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina”, faticosamente preparata e definitivamente adottata dal Consiglio d’Europa il 19 novembre 1996, a Oviedo, si limitava a raccomandare all’articolo 18: “Dove la legge permette la ricerca sugli embrioni in vitro, questa dovrebbe assicurare un’adeguata protezione dell’embrione”. Quale adeguata protezione? Non stava forse più alla base dell’etica della sperimentazione clinica sull’uomo il principio che questa deve essere preceduta daun’ampia sperimentazione su animali a lui fileticamente più prossimi? Norma questa stabilita per evitare che il soggetto umano
Contro gli stessi dati della scienza è stata inventata lacategoria del pre-embrione, una palese assurdità logica
potesse diventare oggetto di sperimentazione rischiosa non a suo vantaggio. Ma proprio per sfuggire a questa norma, che avrebbe impedito ogni ricerca sugli embrioni umani, erano stati inventati e attribuiti in nome della scienza, contro gli stessi dati della scienza, il titolo e la qualità di pre-embrione all’embrione umano dei primi quindici giorni. Qualità nominale, ma falsificatrice, che negava all’embrione ladignità di “soggetto umano” e il diritto alla vita proprio nei suoi primi giorni di intensa e autonoma attività secondo la leggescritta nel suo piano programma inciso nel Dna.
Peggio ancora oggi si afferma con incomprensibile leggerezza che non è la scienza che “possa cavarci le castagne dal fuoco”, perché essa non può esprimersi in questo campo, ma è la società che deve definire per convenzione la qualità della nostra esistenza, in modo analogo a quanto avviene quando si definisce, ad esempio, che a 18 anni comincia la maggiore età. Si era così preparato il terreno a qualsiasi abusodi questo “soggetto uomo” e “figlio” nelle primissime fasi della sua esistenza.
A giustificazione di questo evidente gravissimo abuso era stata espressa un’attenuante:la necessità di rendere più efficiente la nuova tecnologia della riproduzione medicalmente assistita. Si impone allora una domanda: tutta questa sperimentazione condotta ormai dal 1969— anno in cui si iniziò a lavorare intensamente sugli embrioni umani nella prospettiva di dare un “figlio sano” a coppie intensamente desiderose di averlo — a quali risultati ha condotto? La risposta sta nelle cifre elaborateda organismi ufficiali.
Quelle preparate pei l’Europa dalla Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) relative al 1999, in cui sono inclusi anche i dati 444 cliniche della fertilità italiane, registra.no su 258.460 cicli iniziati una media europea di solo il 21 per cento delle donne che sono riuscite ad avere il “bambino in braccio”; media che, secondo la stessa fonte, scenderebbe per l’Italia al 17 per cento, il 25 per cento delle quali con gravidanze bi-trie anche tetra-gemellari. Insomma, il “bambino in braccio” è ancora il privilegio diuna coppia su cinque o sei che lo desiderano.
Scienza e tecnologia, in 36 anni, non hanno risparmiato né ricerche nè mezzi per superare gli ostacoli; ma, finora, i risultati sono fortemente deludenti per la massima parte delle coppie che affrontano questa via lunga, faticosa e costosa, e sono gravemente danneggiate da tre punti di vista: fisico, psicologico ed economico.
Ma c’è qualcosa di più grave, totalmente dimenticato e volutamente sottaciuto nella informazione: è la elevatissima incidenza di embrioni — tutti “figli” — destinati, con piena coscienza, a morte certa. Tutte le statistiche confermano quanto nel 2001 affermava R.M. L. Winston, uno tra i più noti operatori in questo campo: “Soltanto circa il 10 per cento degli embrioni trasferiti producono un bambino, e circa 40.000 generati ogni anno durante questi trattamenti in Inghilterra non possono essere trasferiti e periscono”.
Morte “programmata”, che si sta estendendo, sotto una forte spinta eugenistica, alla eliminazione volontaria di ogni embrione diagnosticato — attraverso le tecniche offerte dai progressi della genomica umana —suscettibile di manifestare serie patologie, o giudicato diverso da quello voluto, o in sovrappiù rispetto all”‘uno” desiderato. Situazioni e prospettive, ormai da tempo in atto,che hanno condotto lo stesso Winston a scrivere nel 2002 in un articolo: “Non si dovrebbe permettere che la disperazione dei pazienti, l’arroganza medica e le pressioni commerciali siano gli aspetti chiave determinanti in questa produzione di esseri umani. Portare un bambino al mondo è la più seria responsabilità. Non possiamo ignorare le nubi che si stanno addensando su queste terapie”. In realtà, qualunque ragione pseudoscientifica si cerchi di portare, siamo di fronte a una chiaramente voluta strage degli innocenti.
A questo hanno portato l’introduzione e lo sviluppo, in campo medico,di una tecnologia pensata, forse in buona fede, per andare incontro a un desiderio di vita, ma sfociata in un’involuzione di morte. Ed è difficile comprendere come sia possibile essere indifferenti, da ambedue le parti, richiedenti e medico, all’omicidio multiplo intenzionale che accompagna i pochissimi nati.
Purtroppo, nella cultura di oggi, l’alto concetto di “figlio” è stato degradato a quello di un prodotto pseudoterapeutico, molto costoso per chi lo compra e assai fruttuoso per chi lo offre. Il secondo atto ufficiale contro l’embrione umano risale al 2001.
Un gruppo di ricercatori della Wisconsin University a Madison, negli Stati Uniti, pubblicava un lavoro
in cui si dimostrava la possibilità di ottenere, dalle cellule di embrioni umani al quinto giorno circa dalla fecondazione, cellule pluripotenti non ancora differenziate,dette cellule staminali embrionali (ESc). In realtà, sulla base di precedenti ricerche compiute sul topo, esse avrebbero potuto dare origine, in seguito a differenziazione spontanea o indotta, a cellule dei più diversi tipi di tessuto. Sembrava di aver trovato
finalmente una fonte inesauribile di cellule da cui derivare altre cellule — nervose, muscolari, epiteliali, ematiche, ecc. — che, impiantate in organi malati con le dovute attenzioni per evitarne il rigetto, ne avrebbero consentito la riparazione, ridonando così la salute a soggetti affetti da gravi patologie.
A una considerazione esclusivamente scientifica e tecnologica, pareva aprirsi una grande speranza per la medicina. Sotto le pressioni di scienziati, medici e pubblico, in Inghilterra il governo Blair nel giugno 1999 chiede la formazione di un Comitato per “esaminare se avrebbero dovuto essere permesse nuove aree di ricerca su embrioni umani, capaci di condurre a più ampie conoscenze su, ed eventualmente a nuovi trattamenti di, tessuti o organi malati o danneggiati”
Il 14 agosto 2000 era reso noto il testo definitivo del documento preparato dal comitato. Visi proponeva il “sì” per due nuovi procedimenti, che estendevano l’uso di embrioni umani precoci per due nuovi campi di ricerca: 1) la preparazione di cellule staminali embrionali; e 2) la donazione terapeutica.
La risposta del governo fu di immediata e piena approvazione delle due proposte (la votazione delle Camere aveva raggiunto circa i due terzi dei voti favorevoli).Era così legalmente approvata la riduzione dell’embrione umano a prezioso strumento tecnologico sotto l’egida di una “buona azione medica.La preparazione delle cellule staminali embrionali implica in realtà: a) la produzione di embrioni umani in vitro o la utilizzazione di quelli sopravanzati ai trattamenti di fecondazione in vitro nelle pratiche di riproduzione tecnicamente assisitita, crioconservati o meno; b) il loro sviluppo fino allo stadio di “blastocisti” di circa 60-120 cellule; c) il prelevamento, da queste, delle cellule — circa 30-40 — che ne costituiscono la cosiddetta “massa cellulare interna” acm): operazione questa che implica l’arresto dello sviluppo embrionale e la distruzione dell’ embrione; d) la coltura di queste cellule, con particolari accorgimenti e in adatti terreni, sino alla formazione — in seguito alla loro ininterrotta moltiplicazione — di popolazioni di cellule autonome dette “linee cellulari”, capaci di moltiplicarsi per mesi e anni conservando le caratteristiche proprie di “cellule staminali” e dette perciò “cellule staminali embrionali” (Embryo Stem ceils o ESc).
Per la loro utilizzazione, tuttavia, era necessario ottenerne le “cellule differenziate”, dotate di ben determinate caratteristiche strutturali e funzionali quali, ad esempio, cellule muscolari, nervose, epiteliali, ematiche, germinali e molte altre. Ma proprio questo ulteriore passo, assolutamente indispensabile, ha incontrato finora serie difficoltà, facili a comprendere da un punto di vista biologico: si tratta soprattutto di identificare gli specifici processi molecolari che sottostanno alle impressionanti prestazioni di ciascun tipo di cellule staminali, compito in realtà complesso e arduo.
E’ qui sufficiente ricordare la testimonianza di fallimento di questa linea di ricerca che i tre più grandi gruppi di lavoro, presso rinomatissime ditte farmaceutiche, hanno voluto esprimere dopo tre anni di ricerche intensamente volute e altamente finanziate.
E’ ampiamente riportata in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Science del 21 marzo 2003 che s’intitola: “Le cellule staminali perdono lo splendore del mercato”, e afferma: “Le compagnie in gara per trasformare le cellule staminali embrionali in trattamenti medici stanno riducendo il loro personale e, in alcuni casi, le loro attese”.
D’altra parte, i grandi e ormai rapidi progressi nel campo delle cellule staminali nella cosiddetta donazione
terapeutica di terapeutico per ora non c’è nulla, soltanto una prospettiva non dimostrata cosiddette “adult&, già attive a iniziare dalle prime settimane di vita, lasciano già intravedere che questa provocatoria e, da un
punto di vista bioetico, non corretta linea di ricerca sulle cellule staminali embrionali non è affatto indispensabile per una prudente e seria medicina riparativa.
La donazione terapeutica venne proposta come un ulteriore passo per la preparazione di cellule staminali embrionali immunologicamente compatibili con il soggetto a cui avrebbero dovuto servire per un trattamento di medicina rigenerativa. Essa richiede il trasferimento del nucleo di una cellula somatica di un dato soggetto in un ovocita umano denucleato a cui segue, anche se molto raramente, lo sviluppo embrionale
dell’ovocita transnucleato fino allo stadio di blastociste, l’estrazione da questa della massa cellulare interna, la produzione delle cellule staminali e, infine, delle cellule differenziate desiderate. Queste cellule curate, se necessario, attraverso terapia genica, sarebbero allora pronte per l’impianto nel paziente, senza rischi di rigetto. In questo caso, ovviamente, l’embrione che riesce a iniziare il suo sviluppo è un “clone” allo stadio embrionale del soggetto donatore del nucleo, costruito a puro scopo di ricerca in vista di possibili applicazioni incampo terapeutico.
Di fatto il procedimento della donazione terapeutica, che è propriamente donazione di embrioni umani a fine di ricerca (“research cloning”) in prospettiva terapeutica, è già stato tentato con scarsi risultati, tanto che i primi a cimentarvisi, J.B. Cibelili e colì.
Nel 2001, concludevano il loro lavoro affermando: “Noi insistiamo che l’uso del trasferimento nucleare(NT) nella riproduzione umana è allo stato attuale ingiustificato”. Tuttavia, anche se il titolo di un serio commento sulla rivista Science affermava: “La notizia della donazione accende dibattito e scetticismo”, le aperture a questa nuova tecnologia continuano:il 10 agosto 2004, la Human Fertilization and Embryolo~ Authority (Hfea) concesse la richiesta autorizzazione per la donazione terapeutica a un gruppo di ricercatori della Università di Newcastle, e nel febbraio 2005 al Roslin Institute.
Le posizioni e le decisioni prese dalle nazioni che hanno affrontato le prospettive e i problemi etici di questo nuovo campo di ricerca, pur variando nei limiti normativi, mettono in evidenza, nella società del mondo cosiddetto “sviluppato”, la caduta o il pericolo del crollo di due dei più fondamentali
valori sociali: la dignità dell’essere umano e il suo diritto alla vita fin dal concepimento.
In breve, allo stato attuale, in ambedue le linee di ricerca, gli embrioni.
Una corrente di pensiero scientifico, non confessionale,ritiene che 1’uso odierno brio a scopo di ricerca sia inaccettabile umani, sviluppati fino al quinto giorno circa, rispettivamente dalla fecondazione o dalla transnucleazione, sono distrutti allo scopo di ottenerne cellule staminali capaci di dare origine, in seguito a processi didifferenziamento, a particolari tipi desiderati di cellule, a seconda del tessuto da riparare.
Per chi riflette sulle responsabilità delle proprie azioni si impone, allora, una domanda: quale è la ragione o quali sono le ragioni per ritenere giustificata la distruzione — senza mezzi termini, l’uccisione — di tanti embrioni umani? La risposta è data nel Rapporto Donaldson, sopra ricordato:”Alcuni affermano che l’embrione non richiede né merita alcuna particolare attenzione morale in ogni caso; il Comitato invece ritiene preferibile la posizione di coloro che riconoscono all’embrione uno statuto speciale in quanto potenziale essere umano, ma sostengono che il rispetto dovuto all’ embrione è proporzionale al suo grado di sviluppo, e che questo rispetto, soprattutto negli stadi iniziali può essere controbilanciato dai benefici potenziali derivanti dalla ricerca”.
Tuttavia, lo stesso Comitato con molta onestà aveva voluto riconoscere e sottolineare che “una significativa corrente di pensiero” ritiene “l’utilizzo di qualunque embrione per scopi di ricerca immorale e inaccettabile”.
Quest’ultima è la posizione alla quale conducono la conoscenza della verità biologica dell’embrione umano e la riflessione razionale sopra il suo reale stato ontologico.
Posizione che non è un’imposizione fatta dalla Chiesa cattolica in nome della fede che professa, tesa — come si vuole far credere — a impedire il progresso scientifico.
E’,al contrario, come afferma espressamente la “Donum Vitae”, un intervento “ispirato all’amore che essa deve all’uomo aiutandolo a riconoscere e rispettare i suoi diritti e i suoi doveri. Riconoscimento dettato dalla ragione, cioè dall’uomo che riflette su se stesso e sulle sue azioni, derivandone le proprie responsabilità”.