Patate resistenti a funghi e insetti, mele che non hanno bisogno di pesticidi, pomodori San Marzano capaci di battere i virus che li hanno decimati negli ultimi anni. E poi kiwi e ciliegie senza semi, susine e albicocche, olive e fragole. Nell’«orto proibito» d’Italia crescono meraviglie che basterebbero a sfamarci tutti. E a rilanciare la nostra industria agroalimentare.
Ma è, per l’appunto, un orto proibito, distrutto prima di dare frutti, cancellato e congelato in Italia insieme con tutta la ricerca biotecnologica sugli organismi geneticamente modificati. Il nostro Paese era all’avanguardia, con la ricchezza del suo territorio e una comunità di scienziati con competenze e capacità di visione. Ma in quell’orto proibito non si può più entrare: anni di studi riposano in fondo a un cassetto, restano soltanto le voci di chi si oppone a paure ingiustificate, ondate di irrazionalità e tentazioni oscurantiste.
«Se non ci avessero fermati, saremmo stati i primi in Europa. Avevamo una decina di istituti in grado di generare prodotti sicuri, ecologici, specificamente italiani, che avrebbero giovato soltanto al nostro tessuto economico, mica alle multinazionali». A dirlo e ribadirlo è Silviero Sansavini, professore e ricercatore dell’Università di Bologna. A suo tempo, prima che gli Ogm diventassero tabù, proprio lui era stato uno dei protagonisti della ricerca applicata ai frutti della terra.
«In tempi in cui il sequenziamento del genoma non era ancora completo – racconta – avevamo isolato il gene Vf del melo, presente in una specie selvatica. Era la chiave della resistenza alla ticchiolatura, il male più comune per questa pianta, e grazie all’ingegneria genetica in sei anni eravamo arrivati a creare una linea di coltura totalmente resistente. Con la cisgenesi, cioè usando geni della stessa pianta, compatibili sessualmente e trasmissibili». Sulla sicurezza dell’operazione è veramente difficile mettere dubbi. Eppure quello del melo è uno dei casi più noti e più esemplari di ricerca che finisce nel cassetto, congelata in attesa che i totem dell’antiscienza vengano abbattuti.
«Quell’esperimento – spiega Sansavini – era stato fatto sulla varietà Gala, che oggi non si coltiva più. Se volessimo ripartire, dovremmo rifare tutto da capo. Ma con il sequenziamento ormai totale e le tecnologie moderne sarebbe più facile e veloce. La proposta della biofarmacologa e senatrice a vita Elena Cattaneo di attivare un filone ministeriale di ricerca, da realizzare in laboratorio e sul campo, sarebbe un passo enorme. Oggi, infatti, il transgenico ha nuovi ed enormi campi di applicazione, dai vaccini fmo alla nutraceutica. E a noi basterebbero cinque anni per rimettere in piedi la barca».
Un pezzo del famoso orto proibito è andato anche letteralmente in fumo, bruciato per legge nel rogo che – nell’ottobre del 2012 – ha cancellato 350 piante transgeniche sperimentali, tra ciliegi, ulivi e vitigni di kiwi, coltivate nel Viterbese dall’Università della Tuscia. Una ferita memorabile, per la ricerca. «Ma resto convinto che questa sia una rivoluzione che non si può fermare e che in futuro faremo cose bellissime con le nostre piante», dice Felice Cervone, ordinario di biotecnologie alla Sapienza di Roma. Anche lui in prima linea sul fronte Ogm aveva trovato una via transgenica per un pomodoro San Marzano resistente ai virus, quelli che invece negli ultimi tempi hanno decimato le colture campane.
Non esiste solo la Xylella per gli ulivi del Salento. In Italia c’è tutto un universo di colture sempre a rischio, che potremmo iniziare a tutelare davvero riprendendo da subito la sperimentazione sugli Ogm. Vale per limoni e patate, minacciati da funghi e insetti. Per albicocchi e susini, alle prese con il virus Ppv. E anche per melanzane, cetrioli e – appunto – pomodori. «E pensare – rivela Cervone – che nel New Jersey qualcuno si è messo a coltivare pomodori “San Marzano-like”, realizzati da un’azienda statunitense, mentre noi non riusciamo nemmeno a difendere i nostri. Accusare i biotecnologi di essere contro la biodiversità è assurdo: la genetica serve proprio per la conservazione delle colture, per migliorarle, renderle più resistenti ai parassiti ed evitare l’uso degli anticrittogamici che oggi vengono irrorati sulle piante».
Dall’Università di Napoli a quella di Catania. Dalla Statale di Milano al grande centro di ricerche lucano Metapontum Agrobios. In tanti sarebbero pronti a scongelare le proprie ricerche e rimettersi all’opera – con tecniche sempre più esatte e sicure – sull’orto dimenticato del made in Italy. Ma leggi e campagne anti-Ogm restano di traverso. «C’è un’inconsapevole alleanza tra ambientalisti e multinazionali – dice Cervone – perché a livello globale il processo di test e autorizzazioni per un nuovo Ogm richiede oltre 500 milioni e in pochi possono permetterselo. Anche per questo motivo il mercato è dominato solo da quattro o cinque prodotti transgenici e dai colossi. Ma per una sperimentazione adeguata basterebbero appena tre o quattro milioni di euro. E, se non accettassimo la sfida, saremmo autolesionisti». Che cosa aspettiamo?

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.