<b>Professor Cossu, in cosa consiste invece la novità della vostra ricerca e come si differenzia dai precedenti tentativi? </b>
"Abbiamo utilizzato un tipo di cellule staminali da noi identificate l'anno scorso, i "mesoangioblasti": queste cellule possono divenire cardiociti (le cellule del muscolo cardiaco), muscolo liscio, oppure osso, ma si differenziano particolarmente bene in muscolo scheletrico. Nei topi i mesoangioblasti sono presenti prima e dopo la nascita ma poco a poco si riducono di numero. Noi li abbiamo prelevati, isolandoli in animali giovani e siamo riusciti a coltivarli in vitro, risolvendo un problema che spesso si presenta con le staminali, cioè quello della loro scarsa quantità".
<b>Quali vantaggi presentano i mesoangioblasti rispetto alle "cellule satelliti" già presenti nei muscoli? </b>
"Sostanzialmente i mesoangioblasti possono circolare lungo il sistema arterioso e soprattutto possono attraversare l'endotelio, cioè la parete dei vasi arteriosi. Questo avviene non appena trovano un filtro capillare: nel nostro caso li abbiamo introdotti nell'arteria femorale dei topi affetti da distrofia e abbiamo osservato che, oltre ogni nostra più rosea previsione, le cellule attraversavano l'endotelio e si integravano nel tessuto muscolare in rigenerazione, contribuendo alla ricostituzione del muscolo scheletrico".
<b>Questi risultati valgono per tutti i tipi di distrofia muscolare? </b>
"Nel caso dei topi si trattava di distrofia dei cingoli ma in linea di principio il nostro modello dovrebbe valere per tutti i tipi di distrofie muscolari".
<b>Quali sono i problemi da risolvere per giungere a una terapia? </b>
"I topi sono singenici, ovvero geneticamente uguali, perciò non si verificano problemi di immunocompatibilità. Dei quali bisogna invece tenere conto negli esseri umani, fatto salvo il caso dei gemelli. Nel caso dei topi poi il muscolo è grande quanto un'unghia umana. I nostri muscoli invece sono molto più grandi: non possiamo sapere se l'efficacia della terapia sarà conservata a ordini di grandezza così diversa. Per questo motivo stiamo pensando a un modello sperimentale più vicino alle dimensioni e alla complessità di un essere umano. Un ulteriore problema è la difficoltà di isolare ed espandere i mesoangioblasti nei pazienti adulti: finora sono stati identificati e studiati solo nei vasi fetali umani mentre per le corrispondenti cellule adulte c'è ancora parecchio lavoro da fare.
<i> di Marco Motta</i>