Disarmo ideologico

Stefano Semplici

 Fra i limiti del disegno di  legge Calabrò c’era la confusione sui  potenziali destinatari della normativa. Si  dichiarava che si sarebbe trattato solo dei  pazienti in stato vegetativo, ma si scriveva  (comma 1 dell`art. 3) che le dichiarazioni  anticipate di trattamento avrebbero  offerto ai cittadini la possibilità di  esprimere il proprio orientamento "in  previsione di un’eventuale futura perdita  della propria capacità di intendere e di  volere". Dunque non della condizione di  Eluana, ma di quella più comune dei  malati di Alzheimer. Il chiarimento di  questa ambiguità – appesantita dal  riferimento a dir poco bizzarro a soggetti  in stato vegetativo ancora in grado di  comprendere le informazioni che  vengono loro fornite – era la prima delle  quattro premesse di una condivisione  possibile sottoscritte alcune settimane fa  da circa 80 docenti di discipline  filosofiche, giuridiche, mediche.

Bene ha  fatto l’onorevole Di Virgilio a presentare  un emendamento che chiarisce questo  punto. L’opinione del relatore alla  Camera è che le dichiarazioni anticipate  di trattamento debbano assumere rilievo  nel momento in cui sia accertato che il  soggetto si trova "nell’incapacità di  comprendere" e non in quella forma  estrema di tale incapacità che è lo stato  vegetativo. Non si tratta però della  correzione di una svista. Cambia piuttosto  il tavolo del confronto ed emerge più  chiara, in assenza di un radicale  ripensamento dell’impianto del  provvedimento, la contraddizione fra  quel che si vuole ottenere e quel che,  prevedibilmente, si otterrà.  La legge è stata pensata e costruita  attorno al fortino simbolico  dell’alimentazione e dell’idratazione  artificiali: il divieto di farne oggetto di  dichiarazione è l’unico contenuto  prescrittivo chiaramente esplicitato. Ma  continuare a insistere su questo aspetto,  in un contesto così ampliato, equivale a  comportarsi come chi si ostina a cercare  di evitare che una pagliuzza gli entri  nell’occhio mentre una trave rischia di  colpirlo sulla testa. E non è difficile  vedere perché.

Il Senato ha posto due soli   limiti a quel che un soggetto può  dichiarare ora per allora "circa  l’attivazione o non attivazione di  trattamenti sanitari": quello  dell’alimentazione e dell’idratazione e il  divieto di pratiche riconducibili alle  fattispecie dell’omicidio del consenziente  (eutanasia attiva) e del suicidio assistito.  Questo significa, in linea di principio, che  potrà essere esplicitato il rifiuto di quei  trattamenti che risultano dal punto di  vista medico del tutto ordinari e  proporzionati allo scopo di salvaguardare  la salute e la vita del paziente, come un  trattamento farmacologico per  un’infezione. Nell’articolo dedicato al  ruolo del medico quel che viene escluso è  che possa prendere in considerazione  indicazioni orientate a "cagionare" la  morte del paziente, non a "lasciarlo  morire" se questa era la sua volontà.  Fioriranno le polemiche fra filosofi e  giuristi sulla possibilità di considerare  equivalenti il far morire e il lasciar  morire e sull’interpretazione del secondo  comma dell’art. 40 del Codice penale, che  prevede che "non impedire un evento,  che si ha l’obbligo giuridico di impedire,  equivale a cagionarlo".

Il meno che si può  dire è però che potrebbe prevalere,  magari con il contributo di qualche  decisione dei tribunali o di qualche  intervento chirurgico della Corte  costituzionale, la tesi dell’analogia con la  pratica consolidata del consenso  informato, per la quale non si può  imporre a una persona un intervento  medico sul suo corpo – fosse pure il più  banale – che quella persona  consapevolmente non vuole. E così,  paradossalmente, si scoprirebbe che il  Pd di Marino e gli zelatori  dell’indisponibilità della vita remano alla  resa dei conti nella stessa direzione.  Ci sono tante buone ragioni per  chiedere che la Camera si prenda quel  tempo di approfondimento e riflessione  che il Senato non ha voluto avere. Questo  tempo appare necessario, in particolare,  per superare le astratte contrapposizioni  sul primato dell’autodeterminazione e  concentrare l’attenzione sul modo,  difficile, in cui essa può essere davvero  rispettata nel momento in cui non può  più esprimersi con piena consapevolezza  e attualità. E` questo lo spazio nel quale  calibrare l’inevitabile margine della  "discrezionalità" del medico e del suo  dialogo con le persone che hanno  accompagnato e amato la vita di chi  soffre.  

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