La concretezza dolente dell`esperienza umana, la "nuda vita", si impone tal- volta – e provvidenzialmente sulla lentezza delle procedure, sull`inerzia delle decisioni pubbliche, sulla neghittosità delle istituzioni. L`autodeterminazione del malato e, con essa, la possibilità di scelta in materia di trattamenti sanitari e, dunque, il Testamento biologico sono stati al centro, nella passata legislatura, di aspri conflitti etico-giuridici, per poi finire mestamente nel nulla di fatto e di deciso. E così è stata la prima sezione civile della Corte d`appello di Milano a sciogliere un nodo particolarmente aggrovigliato, autorizzando con decreto la sospensione dell`idratazione e dell`alimentazione artificiali per Eluana Englaro. Eluana Englaro verrà, infine, "liberata" – come suo padre Bepino preferisce dire – da una vita non sua: da un`esistenza ridotta a un mero battito cardiaco.
La sua fisiologia morente resisteva alla menomazione estrema di pressoché tutte le sue facoltà e sopravviveva grazie all`ausilio di macchinari che ne garantivano il mero sostentamento. Così è stato, per oltre tre lustri. Bepino Englaro, che per anni si è battuto, con tutta la sua determinazione e tutto il suo dolore (e compassione nel suo significato primo: capacità di patire insieme alla propria figlia), dice che Eluana non muore oggi, con la sentenza che ne autorizza la sospensione dell`alimentazione e dell`idratazione artificiali: per lui sua figlia è morta i6 anni fa. Similmente, penso che la sua vera «liberazione» non giunga con quest`ultima sentenza, il punto di svolta della vicenda giudiziaria sta nella sentenza di rinvio con cui la Corte di Cassazione, il i6 ottobre scorso, chiariva alcune questioni dirimenti, destinate a fare giurisprudenza e, me lo auguro, a indicare gli elementi e i contenuti di una possibile strada normativa.
Cosa dice quella sentenza? Affermando che l`idratazione e l`alimentazione artificiali con sondino nasogastrico non costituiscono, di per sé, una forma di accanimento terapeutico, benché sia indubitabile la loro natura di trattamento sanitario, individua due condizioni ineludibili per l`autorizzazione a sospendere quei trattamenti: che «la condizione di stato vegetativo del paziente sia apprezzata clinicamente come irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, di recupero della coscienza e delle capacità di percezione»; e che «sia univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento».
Quella sentenza, in altre parole, poggia su due cardini: il primo ha a che fare con il riconoscimento del contenuto clinico e sanitario dell`accanimento terapeutico, per il cui accertamento si individuano parametri scientifici rigorosi e a quelli si impone di fare riferimento; il secondo rimanda all`articolo 32 della nostra Costituzione, dove si dice che "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario". Ovvero la sentenza riprende un dettato che afferma solennemente il diritto dei cittadino a rifiutare qualsiasi cura egli ritenga non idonea alla propria persona. Si tratta di un principio, quello della nostra Carta, rimasto in mora, sino a oggi, per una parte minoritaria e profondamente sofferente della collettività: per tutti coloro che vivono una condizione patologica avendo perduto al contempo ogni sensibilità relazionale e ogni facoltà di espressione della propria volontà: per i molti "casi Englaro" di questo paese.
Con la sentenza in questione viene riconosciuto, infine, un principio di civiltà e libertà: quello dell`autodeterminazione della persona e della sovranità sul proprio corpo. Eluana Englaro non avrebbe mai voluto trascorrere l`esistenza "vissuta" negli ultimi sedici anni: aveva espresso un convincimento inequivocabile prima dell`incidente che la ridusse in fin di vita, manifestato ai suoi familiari e a gran parte della sua cerchia relazionale: non vorrei finire "attaccata a una macchina". Oggi, si tratta di evitare che la tragedia di Eluana Englaro e dei suoi familiari, e dei molti che si trovino in quella medesima condizione, risulti un vano "scialo di dolore". Che si colmi un vuoto normativo, che si approvi una legge sul Testamento biologico. La supplenza della magistratura non è mai un esercizio positivo, nemmeno quando produce sentenze equilibrate e utili: i cittadini hanno bisogno di leggi a tutela dei loro diritti.
Anche di quello a lasciarsi morire, quando la vita dipenda esclusivamente, e implacabilmente, da una sonda o da un respiratore. E infine: che quanti intendano avversare quella sentenza si astengano, per una volta, dal classificarla con le categorie denigratorie del "relativismo etico" o – peggio – della "necrofilia" e della "cultura della morte". Se la considereranno, invece, senza pregiudizi, ne scopriranno l`inequivocabile ispirazione intelligente e razionale: umanissima e pietosissima.