Infermiera professionale prima, una laurea come dirigente sanitario, e un incarico di responsabilità in un grande ospedale romano poi. Tutto bene, come i duri anni di lavoro e studio avevano lasciato sperare. Corsi, esami, concorsi, finalmente uno stipendio che sale, come quello del proprio compagno. Tutto bene. No, non tutto. C’è quel desiderio che non vuole assopirsi mai, che torna più forte ogni volta che un altro mese trascorre e ti trovi a registrare ancora la puntualità del tuo ciclo mestruale. «Piero e io volevamo un figlio e non nascondevamo più la delusione». Così, alla fine, la decisione. «Pensavo: vado in una delle migliori strutture, mi affido a una delle tecniche più altamente specializzate: andrà tutto bene, non può che essere così. Non consideravo l’ipotesi di un possibile fallimento. Il professore al primo appuntamento è stato chiaro: mi ha spiegato che c’era il 10% di possibilità che io restassi incinta. Non lo ascoltavo. Pensavo che ce l’avrei fatta». In ospedale aveva parlato con medici e esperti, si era informata, sottoposta a decine di esami clinici. Idem Piero. Sapevano tutto. Riviste specializzate, testimonianze dirette di amici. Tutto chiaro. Anna aveva una enorme paura. «Non potevo sopportare l’idea di un altro fallimento». Che invece è arrivato. «Soltanto dopo, dopo quell’aborto spontaneo, ho capito quanta paura mi portavo dentro. La paura di ammettere che il mio corpo potesse tradire un mio desiderio». Il programma di stimolazione ormonale è impegnativo, sia fisicamente che psicologicamente. «Dovevo iniettarmi ogni giorno, ad una certa ora, una certa quantità di ormoni. Il mio umore era altalenante: passavo da momenti di allegria a momenti di tristezza. Un giorno stavo al teatro, mi resi conto che dovevo farmi l’iniezione, non riuscii più a pensare ad altro. Mi alzai durante la pausa e, ancora oggi ricordo l’ansia di quel giorno». Dopo la delusione e il dolore, la decisione di sottoporsi ad un secondo tentativo, una corsa contro i mesi che passano e gli anni pure e l’orologio biologico che fa sentire come non era mai successo prima. «Si diventa esperti di statistiche, casistiche, probabilità, temperature basali, momenti giusti e ancora e ancora…».
«Un giorno in clinica ho incontrato un’altra donna. Aveva il mio stesso problema: era la quinta volta che ci provava. In quel momento pensai al dolore che c’è dietro ogni coppia che continua a sperare di avere dei figli. Pensai ai soldi, all’impegno fisico. Iniziai a prendere coscienza del fatto che alla mia età è più difficile sottoporsi ad un programma di fecondazione assistita con successo». La seconda volta Anna restò incinta. «La gravidanza è arrivata al terzo mese, non riuscivo a crederci. Il mio corpo aveva risposto alle cure, ero incinta e io, per paura, cercavo di non pensarci, cercavo di far finta di niente». Poi, un giorno, fine del sogno. Senza un motivo apparente, come capita molto spesso. Ma Anna e Piero avevano avuto la prova che era possibile. Con l’aiuto della medicina era possibile superare un problema fisico: la difficoltà degli spermatozoi a raggiungere l’ovulo. Così sono arrivati al terzo tentativo. Inutilmente. «È stato allora che mi sono fermata, che ho detto basta. Nel frattempo hanno approvato questa nuova legge, che non tiene conto delle donne e degli uomini, quelli in carne e ossa che si sottopongono alle cure, agli esami, che sperano di avere un figlio». Anna e Piero hanno speso nove mila euro per cercare di averne uno. «Il mio problema è che malgrado la stimolazione ormonale produco pochi ovuli. Mi sono chiesta come ci sarei rimasta se dopo un ennesimo programma di preparazione, con dosi massicce di ormoni, davanti ad una produzione superiore ai 3 ovociti mi avessero impedito di congelarli. Se mi avessero detto: “signora, lei ha prodotto 8 ovuli, ne dobbiamo buttare 5