
Il maestro si è buttato». Alle tre meno un quarto di ieri pomeriggio, davanti a un palazzo umbertino in via dei Gracchi 84, quartiere Prati, un inquilino ha dato la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Qualche secondo prima, Carlo Lizzani – «Banditi a Milano», «Mussolini ultimo atto», il regista che portò nel cinema la cronaca e le tragedie italiane del Novecento – si era ucciso lanciandosi
da un appartamento del terzo piano in cui viveva con la moglie e una badante. Aveva compiuto 91 anni lo scorso 3 aprile e il fisico, non la mente, lo stava abbandonando. Tre anni fa, quando Mario Monicelli, ultranovantenne e malato, si suicidò allo stesso modo da una stanza dell`ospedale San Giovanni, Lizzani disse del collega: «Era uno che voleva gestire la vita fino in fondo: il suo è stato un gesto di lucidità giovane». Lo pensava davvero e ieri c`è da credere – lo ha pensato fortissimamente anche di se stesso. Lizzani, in pigiama, è precipitato
in un cortile interno del palazzo: morte istantanea. Ha lasciato un biglietto alla moglie e ai due figli. Calligrafia incerta, una frase chiara: «Stacco la chiave».
Nato a Roma cenni in via dei Gracchi e i vicini, i camerieri dell`Antica Griglia Toscana, il ristorante sotto casa, i gestori del bar Piazzetta Gracchi – lui ci andava sempre a bere il succo di mirtillo – erano «felici» di convivere «con un signore semplicissimo nonostante la notorietà». Al momento del suicidio, la moglie del regista, anziana e malata, era a letto. Lizzani, secondo la polizia, ha aspettato che la badante fosse in un`altra stanza, ha aperto una porta finestra e si è buttato. Sono stati fatti rilievi, sono state scattate foto. Ma non c`è nulla da accertare: l`uomo era stanco, negli ultimi mesi lo raccontano depresso, e non voleva più vivere. «Avrebbe scelto l`eutanasia», ha detto in tv uno dei suoi figli: «In un Paese civile ognuno dovrebbe poter decidere la propria fine». Il cinema, il grande amore della vita, lo ha accompagnato fino all`ultimo. Quando Lizzani doveva farsi intervistare da qualcuno, organizzava quasi sempre le cose nei caffè della strada: via dei Gracchi, lunga e stretta, tra via Cola di Rienzo e il Vaticano, brulica di posti. «Si metteva a un tavolo», racconta Valerio Pane, banchista alla Caffetteria de` Gracchi, «e ci chiedeva di mettere le luci in un certo modo per far venire bene le riprese. Educato, distinto: un signore».
Alessandro Pischedda, gestore del bar Piazzetta Gracchi, se lo ricorda «fino a poche settimane fa». «Doveva parlare di un libro con una giornalista», ricorda, «e si era seduto nel giardino interno del locale. Persona squisita. La badante spesso lo portava qui, lei andava a fare la spesa e lui si gustava il succo di mirtillo. L`ultima volta che l`ho visto ho avuto una strana sensazione». Carlo Lizzani, sempre a sinistra, dall`adesione al Pci in avanti, esordì come regista nel 1954. Aveva appena trentadue anni e la macchina da presa doveva dargli ancora tutto. Filippo, il cameriere che lo serviva sempre alla Antica Griglieria Toscana, ricorda discussioni lunghissime «sul cinema, sugli attori, sui libri e sulla vita» tra una pizza napoletana e gli arancini, tra i funghi mignon («Ne andava pazzo») e le grigliate di gamberoni: «Voleva un bene da matti alla moglie», racconta, «la faceva sedere ai tavolini qua fuori e poi andava a comprarle un gelato camminando piano piano. E poi parlava, ricordava, spiegava: era come vivere in un film».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.