Liberi Subito Emilia-Romagna: la figlia della signora Paola scrive all’Associazione Luca Coscioni

La signora, che aveva contattato Marco Cappato tramite il Numero Bianco, è stata accompagnata in Svizzera lo scorso anno da Felicetta Maltese e Virginia Fiume

Paola, mia mamma, ha ottenuto in Svizzera ciò che avrebbe voluto poter ottenere nella sua casa a Bologna, ovvero l’aiuto medico a terminare una sofferenza ormai divenuta insopportabile a causa di una malattia irreversibile, il morbo di Parkinson. La malattia le impediva quasi completamente di muoversi e di parlare. Dopo aver contattato Marco Cappato tramite il Numero Bianco dell’Associazione Luca Coscioni, è stata accompagnata da Felicetta Maltese e Virginia Fiume, di Soccorso Civile, Felicetta e Virginia, che non finirò mai di ringraziare per  l’umanità e il coraggio, si sono poi autodenunciate insieme a Marco Cappato e  rischiano ora un processo che può portare a una  condanna fino a 12 anni di carcere.

La decisione di mia mamma è maturata nel tempo, nel  corso di una lenta ma terribile e inesorabile evoluzione della patologia, durata 10 anni. È stato un graduale e implacabile decorso verso la totale immobilità.  Era vigile e lucida, ma in un corpo diventato gabbia senza spazio né speranza. Che come lei stessa diceva “stringe, ora dopo ora, inesorabile la morsa”. La malattia era arrivata ad uno stadio che non le consentiva più di vivere, di essere autonoma in nulla, tranne che nel pensiero.

Ha dovuto recarsi all’estero in quanto non aveva garanzia di poter accedere, e in che tempi, all’”aiuto al suicidio” in Italia. Non era infatti chiaro, in assenza  di una legge, se fosse in possesso di uno dei requisiti previsti dalla sentenza della Corte Costituzionale per ricevere quel tipo di aiuto medico, cioè non era certa di rientrare nei casi di persone “tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale”. Non c’era nemmeno un termine entro il quale il Servizio sanitario avrebbe dovuto dare una risposta. Mia mamma ha dunque preferito una soluzione molto più faticosa, ma certa nell’esito e nei tempi. Lei per sua fortuna poteva permetterselo economicamente, molti altri invece no.

Per me sono stati mesi di strazio nell’assistere alla sofferenza di mia mamma, e non mi sono ancora ripresa da quel trauma, dalla rabbia di sentirmi impotente, di non poterla  aiutare a  ottenere quello che voleva. Proprio lei, che è sempre stata una donna abituata a vivere a modo suo, piena di passioni che la portavano a sfidare ogni luogo comune e convenzione sociale. Non dimenticherò mai la  serenità, direi persino la gioia – se non sembrasse improprio utilizzare questo termine parlando di scelte del genere – con la quale ha accolto prima la visita di Marco e Virginia, e poi quando sono venute a prenderla Virginia e Felicetta per portarla in Svizzera.

Non sono un’esperta, ma mi pare chiaro che la mancanza di regole precise che chiariscano le modalità di applicazione delle regole esistenti pone le persone già gravemente malate in uno stato di confusione totale. So che la Regione Emilia-Romagna ha approvato delle “linee di indirizzo” per rispondere alle richiesta di chi vuole essere aiutato a morire senza soffrire. So che prossimamente si voterà anche una legge regionale che darebbe finalmente certezze definitive alle persone sulle modalità di accedere a quello che è già un loro diritto. Spero che chi fa parte del Consiglio regionale vorrà cogliere questa opportunità. Ora  che è passato del tempo, non penso  più soltanto a mia  mamma, ma a chi  altro può cadere in una  condizione simile. Non dobbiamo infatti dimenticare che le sofferenze atroci non sono mai  una scelta, ma uno stato di salute che a tutti può capitare. Per molti malati irreversibili l’attesa è la tortura peggiore. Se quello che ha passato Paola non sarà successo invano potrò riguardare con spirito  diverso a quelle settimane terribili.