Intervento di Rita Cian per il X Congresso Coscioni

Rita Cian

Cerco di essere rapidissima. Prima di tutto volevo dirle che a Trieste è successo questo fenomeno tra i medici: ognuno di noi conosceva dei medici, molti medici sono venuti a firmare ai tavoli, alcuni nomi

–con il loro consenso- li abbiamo pubblicati sul sito radicalifvg.org;  altri medici invece si sono fermati e abbiamo discusso a lungo con loro per strada.  A un certo punto sono partiti i medici che, anziché ragionare da medici, ragionano da cattolici integralisti, mandando i loro interventi al quotidiano locale. Ci siamo fatti carico di andare a stimolare affinché, oltre alle nostre, arrivassero risposte da loro colleghi e soprattutto una risposta dell’Ordine dei Medici. L’ordine è stato sollecitato anche da alcuni componenti del consiglio direttivo a discutere su questo problema, perché – come diceva lei – e mi dispiace molto dirlo, non è che ci sia una grande preparazione su questo tema. Poi ci sono i medici che hanno la sua specialità, che lavorano nelle rianimazioni, e che sono molto preparati e altri come mio medico di famiglia che, quando gli consegnai il mio primo testamento biologico più di dieci anni fa, ad una prima lettura mi disse  “ma allora non vuoi più l’antiobiotico, Rita?” Quindi un lavoro con i medici va fatto, la nostra azienda ospedaliera ha in preparazione  un’iniziativa di formazione interna proprio sul fine vita, perché il fine vita non è soltanto solo l’eutanasia, è anche come si muore in ospedale, tutto il discorso degli spazi, dell’intimità, dell’uso degli oppiacei e quello che ci sta dietro. Noi avevamo preparato all’inizio della campagna, da tenere sui tavoli, una documentazione ampia, convinti che le persone venissero a discutere e a contestare dal punto di vista della normativa la nostra proposta: quindi avevamo il codice deontologico, la convenzione di Oviedo, eccetera, tutto quello che era necessario. Ma direi di più: è necessario, anche per gli stessi medici, e nessuno si offenda per questo, proprio un glossarietto in cui si definiscano le cose per quelle che sono: noi usiamo il termine eutanasia così secco (ed è stato giusto usarlo perché nel momento in cui vai a sollevare un velo di ipocrisia lo devi usare) ma le persone, tutti, devono sapere bene che prima dell’atto eutanasico esiste una desistenza terapeutica, una sedazione terminale e tutto il resto. Di questo dobbiamo farci carico come associazione, fare crescere la cultura. E la crescita della cultura, cioè l’avanzamento dell’informazione che porterà alla modifica del diritto. Anche se non è sempre così.. la mia prima figlia è nata nell’81 e solo nell’81 è stato abolito il delitto d’onore e il matrimonio riparatore… il diritto deriva dalla cultura ma anche no, ci sono anche altri fattori.

L’esempio della Germania secondo me andrebbe perseguito e dovrebbe essere un punto che si inserisce nel nuovo codice di deontologia medica che state discutendo. Quando in Germania ci si iscrive al servizio sanitario nazionale vengono richieste le DAT: in Italia non abbiamo ancor una legge sulle DAT però, ad esempio, quando i medici di famiglia accolgono per la prima volta un loro paziente, la prima domanda che potrebbero fare è: signora, signore, lei ha già avuto modo di pensarci alle sue DAT? Perché è solo in questo modo che tu puoi iniziare a stabilire questa benedetta alleanza terapeutica che ci toglierebbe moltissimi problemi sia dal punto di vista delle DAT che poi dell’aiuto eventualmente necessario. Questo porterà nuovo lavoro, nel senso di tempo da impiegare, ai medici e sappiamo che non ne hanno molto.

L’altra cosa che mi ha fatto pensare deriva dalla mia esperienza di lavoro ventennale con anziani non autosufficienti, malati oncologici e di Alzheimer. Non era di moda l’Alzheimer, abbiamo fatto fatica a farlo diventare un problema sociale, ma a un certo punto, grazie alle associazioni dei familiari e ad alcuni importanti testimonial, è diventato noto a tutti: io ho l’impressione che questo stia succedendo per eutanasia e affini, cioè abbiamo scoperchiato una pentola con molta forza in questi piccoli corti mesi, e credo si debba insistere nell’ebollizione di questa pentola. Quindi convegni, momenti di dibattito, e per quanto riguarda il compagno di Parma, quando abbiamo fatto l’iniziativa il 28 maggio a Trieste, grazie anche auna buona raccolta fondi, avevamo proposto che la Coscioni tenesse a Trieste un momento di formazione e approfondimento sul tema dedicatp ai parlamentari che hanno molto da imparare, molto più delle persone che sono venute a firmare ai tavoli. Potremmo fare in giro per l’Italia delle simulazioni di discussione in aula della nostra proposta invitando i parlamentari espressione del territorio. Per queste simulazioni di discussione noi della Coscioni abbiamo un tipo di know-how molto utile, ma dovremmo tirare vicino altre persone che ci sono state a fianco in questa campagna. E ancora una cosa volevo dire a Matteo, oltre a essere contenta di averlo conosciuto di persona e non solo per email, ci sono state comunque delle diversità tra carta stampata e i giornali web, perché i giornali web l’hanno messa la notizia della consegna delle firme.

L’altra cosa che volevo dire e poi finisco: cosa facciamo di queste DAT? Le simulazioni della discussione in aula potrebbero essere una cosa che serve anche a noi, perché ci rendiamo conto che questa proposta di legge è da rimpolpare, è da precisare. Vanno precisate molte cose.  Sulle DAT oltre a quello che ho detto prima, cioè del mettersi a disposizione delle persone come Coscioni per la compilazione delle DAT, io credo che noi ci dobbiamo porre anche un quesito sul dove queste DAT debbano essere depositate. Per esempio  nella nostra regione dove è nata l’associazione per Eluana, è in atto una raccolta firma per il deposito delle DAT, per chi le ha fatte, dentro nella tessera sanitaria regionale elettronica, perché quella è la destinazione, parliamoci chiaro, non ci servono i registri comunali, non ci servono i registri presso i notai, non ci servono i registri dei valdesi, perché quando ci tocca noi arriviamo in un pronto soccorso e quando il pronto soccorso e la rianimazione ci hanno fatto tutto quello che loro devono fare, allora sono loro che devono sapere quali sono le mie DAT che, quindi, devono stare dentro nel sistema sanitario, questa è la mia idea. Tutto  il resto serve a informare, a muovere, a fare discutere, ma la destinazione sarà quella.

Un’ultima cosa importantissima secondo me che non viene mai detta abbastanza: il diritto al rispetto della libertà di scelta delle persone, ed è difficile da digerire, perché quello di cui ci accusano è di non stare vicino alle persone, che i servizi sono insufficienti, che non facciamo abbastanza lotta per le cure palliative e tutte queste cose qua, ma quello che non viene accettato – ed è la cosa più difficile – è che una persona, malata, stanca, una persona, possa decidere che per lei la sua dignità è finita in quel momento, nonostante l’amore, la vicinanza, la presenza di servizi e di affetti, ma questa è la parte più difficile da accettare. Grazie.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.