In questa fase, continuiamo ad avere come interlocutore generale sessanta milioni di persone, e poi abbiamo come interlocutore particolare un migliaio di Parlamentari. Non so se la forma dell’intergruppo (in base alla quale si dovrebbero riunire fisicamente) sia la migliore. Forse semplicemente lo strumento è la proposta di legge stessa, che è lì e che può essere sostenuta.
Sono d’accordo che la legge possa essere modificata in alcuni punti. Siamo stati infatti fin troppo prudenti nel testo per evitare si trovassero pretesti durante la raccolta firme. Ad esempio, la questione dei minori deve essere aperta, così come quella della malattia mentale e della depressione, considerando la differenza tra depressione cronica e non. Sono questioni che vanno affrontate, ma è giusto che sia il dibattito parlamentare a farlo.
Dobbiamo prendere mille parlamentari uno a uno e parlarci, a livello locale, a Roma, sui loro profili facebook, sulle loro e-mail, e quant’altro. Sappiamo però che il nostro problema rimane quello dei 60 milioni di persone, perché qualsiasi azione di “lobbing”, per quanto efficace, che si può fare sul singolo parlamentare, se poi non c’è dietro l’opinione pubblica, che sappiamo essere tendenzialmente favorevole, si riduce ad azione di lobbing di corto respiro. Noi invece vogliamo consurre una iniziativa politica. La differenza tra sei mesi fa e oggi è che ora disponiamo di una rete -per quanto esile- fatta di alcune decine o centinaia di punti di riferimento, i quali a volte sono anche esponenti di ceto politico locale o responsabili associativi locali. E’ una base sulla quale investire.
Le storie individuali sono state fino ad ora e sono il connotato della associazione Luca Coscioni. Sono state e continuano ad essere l’elemento per cercare di collegare la rete militante che siamo e l’opinione pubblica. Uno dei fronti aperti è quello della eutanasia all’estero, e di casi di persone disponibili a raccontarsi. Questa è stata l’impostazione fino adesso. Spero che ci possa essere un salto di quantità, che è anche salto di qualità, perché quando un fenomeno non rappresenta più un caso isolato, diventa un fenomeno ricorrente attraverso i casi se si susseguono, cioè una questione sociale. Ho tenuto ad accompagnare personalmente in Svizzera Piera. E’ stato un caso che abbiamo raccontato pubblicamente. Le condizioni per poter raccontare pubblicamente un caso sono difficili
da ottenere, è oneroso anche in termini di tempo seguire ciascun caso nella sua evoluzione, ma dobbiamo continuare.
La nostra piattaforma operativa è stata essenzialmente internet. Sia rispetto al parlamentare, che rispetto ai casi individuali, realisticamente rimane Internet, ma non dobbiamo rassegnarci. Il fatto che le grandi trasmissioni generaliste di approfondimento politico non abbiano mai ospitato un dibattito su questo punto è questione che dobbiamo porre, se possibile anche in termini giudiziari. L’eutanasia è un tema del quale non soltanto gli utenti internet, ma anche il pubblico in generale deve avere il diritto a un confronto tra favorevoli e contrari.
Una campagna specifica da realizzare è quella nei confronti della classe medica, sia di comportamenti e iniziative che possono essere considerati “ai margini” della disobbedienza civile.
Silvio Viale ha ragione nel distinguere nettamente la questione eutanasia dalla questione sospensione delle terapie. Dobbiamo dire che la interruzione delle terapie oggi non è garantita nei fatti per tutti, ma è garantita solo in determinati contesti culturali e economici del paziente. In termini giuridici e politici, io stesso distinguo in modo netto tra eutanasia e sospensione delle terapie, ma sono abbastanza affezionato alla etimologia della parola eutanasia da usarsi come termine generale, che abbraccia tutto quello che riguarda la “buona morte”, dicevamo la “morte opportuna”, nel senso della possibilità di scegliere. Ad esempio, c’è un iscritto alla Associazione Luca Coscioni che si pratica la dialisi da ormai vent’anni. Tra poco non sarà più in grado per la sua condizione di farlo. Una volta interrotta la dialisi, la sua esigenza è di ottenere l’eutanasia, oppure legalmente una sedazione cosiddetta terminale che gli consenta di non andare a fronte di determinate sofferenze. Un’altra persona ci ha telefonato con lo stesso identico problema. Probabilmente non sono solo questi due i casi in italia, ma saranno nell’ordine delle decina o centinaia o qualcosa di più. Allora, pur tenendo presente che l’eutanasia cosiddetta attiva (all’olandese o alla svizzera) è un altro discorso, questi casi rientrano nell’ambito della difficoltà di una persona ad ottenere il rispetto delle proprie volontà. Ricordiamoci che anche Piero Welby aveva iniziato l’ultima fase della sua lotta dicendo “io voglio quello che i cittadini all’estero possono ottenere, io voglio la eutanasia, caro Presidente Napolitano”. Poi ci siamo accorti, con il coinvolgimento dei giuristi e dei professionisti della materia, che anche Piero poteva ottenere legalmente in altra forma quello che lui credeva di potere ottenere solo clandestinamente. Voglio ricordare che quella notte a casa di Piero Welby c’era sì Mario Riccio, ma se Mario non fosse riuscito a trovare la vena per praticare la sedazione terminale legalmente, c’erano pronti i due medici belgi, Picard e Reisenberg, per praticare, contro la legge italiana, la eutanasia per Welby. Sul piano morale, etico e anche politico, le due azioni (sospensione o eutanasia) sarebbero state azioni equivalenti, con lo stesso risultato. Quindi, anche storie diverse sul piano giudiziario hanno in comune l’elemento della responsabilità individuale.
Il nostro compito è anche quello di raccontare storie, consentire a chi vuole raccontarle di farlo, consentire a chi si vuole assumere la responsabilità, o anche il rischio non avventato, di farlo, con la garanzia da parte della Associazione Luca Coscioni di impegnarci al massimo nella difesa giudiziaria. Queste storie devono essere raccontate con la Rete e la televisione alla gente e sicuramente a quelle mille persone (i Parlamentari) alle quali noi oggi affidiamo il compito di rispettare per una volta la Costituzione.
Ai Parlamentari chiediamo di fare vivere la Costituzione, mettendo in discussione la legge popolare. Una volta messa in discussione, chiediamo che non sia liquidata dopo pochi minuti, ma messa in discussione in modo serio e approfondito. Magari poi il risultato sarebbe “solo” quello di ottenere una buona legge sul testamento biologico. In ogni caso, non abbiamo paura di rischiare
Le realtà locali hanno anche sui singoli parlamentari una responsabilità enorme, perché è vero che il singolo parlamentare è sensibile a come si muove l’opinione pubblica e al dibattito sui media, ma il singolo parlamentare è sensibile anche al fatto che ci sia una mobilitazione che li raggiunga direttamente, dove i Parlamentari siano chiamati a ragionare e a riflettere. A noi piacerebbe dire che saremo presenti in tutte queste occasioni e dibattiti. Sappiamo che una persona -Mina Welby- sarà presente come una globetrotter. Non credo che esista una persona che abbia partecipato a più appuntamenti, serate, conferenze stampa, presentazioni di libro (e ci va anche quando non è invitata lei come relatrice) della nostra Mina Welby. Dobbiamo il più possibile fare come lei, ciascuno.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.