Ciao a tutti, sono un medico veterinario di Monza, ho una grande esperienza di eutanasia, purtroppo. Dico purtroppo perché è stata una lunga sofferenza nella mia professione. La difficoltà di togliere la vita ai miei pazienti l’ho avuta da subito nonostante fossi non-religioso. Mi dava molto disagio togliere la vita, sebbene già in quegli anni, all’inizio della mia professione 28 anni fa, ero favorevole all’eutanasia per le persone e gli animali; era la modalità che non mi convinceva. Noi medici veterinari nasciamo come medici di serie B, perché non consideriamo i nostri pazienti come dei pazienti di serie A, cioè non li guardiamo alla pari. Abbiamo un rapporto patriarcale, un rapporto gerarchico, come la medicina umana aveva in passato coi pazienti e a volte ha ancora oggi. Questo fa sì che non si è mai parlato di eutanasia in campo veterinario; non c’è neanche una normativa specifica e questo è grave; non c’è in umana perché è vietata e non c’è in veterinaria perché è considerata una cosa insignificante. Io mi batto per far sì che in medicina veterinaria ci sia una normativa e soprattutto una buona normativa. Finora il codice deontologico e la normativa europea dicono che l’eutanasia è un atto medico veterinario e quindi è una responsabilità del medico. Io considero invece che sia un diritto individuale e quindi non un atto medico, che l’atto medico sia l’ambito nel quale si deve svolgere l’eutanasia e quindi la professionalità del medico debba intervenire per fare sì che l’eutanasia sia fatta nel modo migliore, ma che il veterinario non debba avere la responsabilità dell’atto perché non è un suo diritto. Già tanti anni fa un veterinario omeopata mi disse: “Noi medici veterinari ogni tanto ci togliamo il camice bianco e indossiamo il camice blu del macellaio. Il medico non può uccidere”. Che cosa significa? Dovremmo togliere dal giuramento d’Ippocrate il punto principale che è: “Non somministrerò mai farmaci letali a un paziente..?” Io penso di no; penso che sarebbe invece da inserire questo passaggio nel giuramento professionale dei veterinari; cioè, se l’eutanasia è un atto privato in ambito medico, il medico o il veterinario deve fare tutto il possibile perché questa procedura sia svolta nella maniera migliore, ma penso che la responsabilità dell’atto cioè lo “staccare la spina”, lo “schiacciare il bottone” sia del paziente o di chi ne è responsabile. Non capivo quale fosse il motivo del mio disagio tanti anni fa; ho poi compreso che derivava dal fatto che l’atto eutanasico o il suicidio assistito comportano una grossa responsabilità e qualcuno se la deve assumere, ma quel qualcuno non deve essere il medico o il veterinario, deve essere chi si fa tutore del malato, se in primis il malato non può agire; quindi per un animale deve essere il proprietario o tutore di questo animale; per una essere umano che richiede un suicidio assistito deve essere la persona che se ne fa carico, che asseconda la volontà del suo congiunto, parente, amico. Non vorrei quindi che con la richiesta della normativa in campo umano si facesse lo stesso errore che è stato fatto in campo veterinario. Ci vorranno decenni per rivedere la figura del veterinario e farlo diventare di nuovo un medico di serie A. Bisogna chiedere che sia ben stabilito nella normativa che l’eutanasia è un atto privato in ambito medico. Ricordo un’intervista a Mario Riccio a cui venne chiesto se si pentiva del suo atto (eseguire l’eutanasia passiva a Piergiorgio Welby) e lui disse di no; gli chiesero se avrebbe ripetuto quel gesto e disse di no. Qualcuno non capiva, ma io lo capisco bene: lui si è assunto una responsabilità che in futura normativa non dovrebbe essere del medico; l’ha fatto perché non c’era una normativa che lo tutelasse e ha dovuto prendersi questa responsabilità; la stessa responsabilità che a volte io devo prendere con pazienti animali che non hanno una persona che se ne faccia carico, ma so che in quel momento mi sto caricando di una responsabilità e lo faccio solo in quell’ambito; non chiederei mai a un mio collega di togliere la vita a un mio animale; quando è capitato l’ho sempre fatto io, anche se per me l’eutanasia è una fonte di sofferenza. E non mi presto mai ad assecondare la richiesta di alcuni proprietari che dicono: “E’ il veterinario che uccide gli animali!” Me lo sono sentito dire tante volte. Ho anche un esposto all’ordine provinciale dei veterinari riguardo a una cosa del genere: “Lei mi ha costretto a schiacciare un bottone”. A parte che non ho costretto nessuno, ma è bizzarra l’idea dell’etica sociale e dell’etica professionale che considerano il veterinario quello che toglie la vita agli animali; questo è indice di arretratezza. Credo che se i medici umani saranno più intelligenti potranno risolvere il problema della società e della professione per non cascare nella nostra stessa situazione, che altrimenti si presenterà in campo medico: medici che diventeranno obbiettori, medici caricati di una gravissima responsabilità, pazienti che diranno ai medici: “Faccia lei, schiacci lei il bottone” intanto che scappano dalla sala di rianimazione. Per concludere, spero che la mia esperienza di tanti anni possa servire a produrre una buona legislazione in ambito umano e a portare una revisione della legislazione in ambito veterinario.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.