Cari amici dell’associazione Coscioni, mi spiace non essere presente di persona al vostro convegno ma tengo a mandarvi un breve indirizzo di saluto e un piccolo spunto di riflessione.
Vi parla qualcuno che nella vita è un professore di diritto costituzionale che in questo momento si trova a vivere un’esperienza parlamentare molto inattesa e che soprattutto aveva smesso di credere nel metodo politico e elettorale dopo il referendum del 2005, il referendum sulla legge 40 che secondo me ha rappresentato un punto di svolta ahimè molto negativo nella storia della nostra coscienza democratica. Perché? Perché un tema così delicato, così importante, indipendentemente da come la si pensi, è stato boicottato e trascurato. Non si è aperto un dibattito serio all’interno della società e non soltanto della politica su temi come quelli sollevati dalla legge 40, e questo è stato un segnale assolutamente grave, direi quasi deprimente per lo sviluppo della capacità democratica del nostro paese. Da allora avevo anche smesso di votare e di credere nel procedimento democratico. Ora mi trovo in una situazione diversa, faccio parte inaspettatamente del parlamento, ci troviamo in una situazione di un governo cosiddetto di larghe intese che con tutti i suoi difetti avrebbe comunque un vantaggio fondamentale: poter affrontare temi non partigiani come quelli etici. E invece questi temi, rubricati come “divisivi”, sono totalmente assenti dal programma di governo e purtroppo anche dal lavoro parlamentare. Credo molto nei governi ampi, nei governi di tutti, mi piace sempre di meno l’idea di un partito che vince e che impone la sua linea sugli altri e mi piace sempre di più l’idea, soprattutto su temi delicati come quelli di natura etica, della necessità di condividere e discutere tra coloro che rappresentano tutte le diverse posizioni che si ritrovano nella società. Una maggioranza come questa avrebbe il dovere di affrontare i temi etici proprio per il fatto che quando ci sono governi di una sola parte il rischio di prevaricazioni maggioritarie – come avvenuto con la legge 40 – è più alto. Invece niente. I governi di larghe intese non affrontano questi temi perché esistono divergenze tra le forze politiche che lo compongono, mentre li affrontano i governi di parte, quando un certo orientamento – di solito quello più “oscurantista” e repressivo, viene imposto a tutti con forzature di maggioranza. Così di fatto, come sta avvenendo di recente, persino il papa sembra superare il parlamento nella capacità di affrontare questi temi. Un esempio eclatante e triste di questi giorni è il caso della legge sulla omofobia, che viene annichilita nella sua portata normativa a causa di emendamenti che finiscono per essere liberticidi basandosi sulla scusa di volere estendere la libertà di espressione.
Qual è la conseguenza di tutto questo? Innanzitutto ci sono conseguenze molto serie in termini di immagine, anche nei confronti della comunità internazionale, verso la quale il paese si squalifica. E poi in relazione al funzionamento dello stato di diritto, perché l’assenza di chiari parametri normativi fa sì che poi decidano i tribunali, senza adeguati riferimenti. La legge 40 non devo certo spiegarla in questo consesso, ma è evidente che se gli organi politici non riescono a fornire parametri certi e costituzionalmente orientati, o affrontano i problemi in modo parziale e giuridicamente zoppo, allora devono essere i tribunali a supplire, prendendo decisioni “random”, contro le quali peraltro la politica è poi sempre pronta a scagliarsi. Le conseguenze si scontano anche in termini di costi, a partire dalle condanne nelle sedi giurisdizionali europee.
Il problema va anche oltre anche oltre le “semplici” questioni etiche, e si estende al metodo democratico, perché riguarda il metodo di assunzione delle decisioni. Come si decide su questioni che riguardano l’intera collettività è un tema sul quale è assolutamente indispensabile avviare una riflessione. Il parlamento è certo necessario, è l’organo rappresentativo e legislativo, ma assolutamente non è più sufficiente. Intanto perché è esautorato dal governo, ma anche perché si esautora da solo, risultando incapace di tematizzare le scelte importanti per il futuro del paese. C’è bisogno di nuovi collegamenti, di nuove forme di raccordo nell’assunzione delle decisioni tra il parlamento, l’amministrazione, la società civile, la scienza. I temi che sono trattati in questo convegno sono un esempio emblematico di come ci sia bisogno di disciplinare meglio anche le procedure attraverso le quali questi i attori possono arrivare a decisioni condivise basate non solo sulle opzioni politiche ma anche sulle evidenze scientifiche e sul coinvolgimento di chi lavora sul campo in molti settori. Ci sono certamente alcuni strumenti già in atto ma non sono assolutamente sufficienti: uno è lo strumento delle audizioni, ci sono anche buone prassi che abbiamo inaugurato anche con l’associazione Coscioni all’interno della commissione straordinaria per i diritti umani del senato, dove ci sono state importanti audizioni con esponenti autorevoli della vostra associazione in tema, ad esempio, di nomenclatore tariffario. Poi ci sono gli atti ispettivi: io stesso mi sono fatto portatore di una interrogazione parlamentare, elaborata con la vostra associazione, sul metodo stamina. Ma questi sono strumenti limitati, che non possono certo esaurire il deficit di collegamento tra gli organismi decisionali e i saperi diffusi. Occorrerebbe innanzitutto lavorare sui regolamenti parlamentari per consentire, ad esempio, che le audizioni siano obbligatorie e non si possa decidere senza avere prima ponderato e discusso delle evidenze anche scientifiche in determinate materie. Poi bisognerebbe consentire la partecipazione attiva della società civile al processo legislativo, ad esempio introducendo alcuni istituti partecipativi già presenti nel procedimento amministrativo.
Questi ed altri strumenti non richiederebbero grandi rivoluzioni, ma sarebbero necessari per arrivare a delle decisioni scientificamente fondate e anche basate su un raccordo sano tra la politica e la società. E’ indispensabile, dunque, che diritti tornano al centro della politica, e che attraverso i diritti si sviluppino prassi decisionali più moderne e inclusive.
In Italia purtroppo siamo vittime della sindrome del “benaltrismo”: ogni volta che si solleva un problema, specie in tema di diritti civili, si obietta che il vero problema e le vere priorità sono “ben altro”. I diritti, per qualche strano motivo, non fanno mai parte di questo “ben altro”, con la conseguenza di un progressivo sgretolamento dello stato di diritto. Certo, ci sono anche delle aree in cui anche nella tutela dei diritti siamo all’avanguardia, penso ad esempio alla tutela di certe minoranze etnico-linguistiche, ma questa si tratta di aree sporadiche, di una tutela a macchia leopardo e non sistematica, che andrebbe invece estesa attraverso un’operazione di natura culturale. E su questo qui il vostro contributo è fondamentale. In assenza di una politica attiva e rappresentativa, l’operazione culturale è fondamentale per capire e far capire che un paese che non discute seriamente delle scelte etiche di fondo che stanno alla base del patto di convivenza civile non ha futuro, e continuerà, nella migliore delle ipotesi, ad affidarsi a tutele occasionali. Tra l’altro, dimenticarsi dei diritti significa trascurare anche la crescita economica, perché è dimostrato che diritti zoppicanti producono economie zoppicanti. Non è un caso che i paesi più sviluppati economicamente siano anche quelli dove i diritti sono maggiormente tutelati e soprattutto dove c’è una cultura nella discussione delle tematiche legati ai diritti.
Nel rimarcare l’indispensabilità di un salto di qualità culturale che possa influenzare i processi decisionali, rimango volentieri a disposizione, oggi nella mia transitoria esperienza parlamentare e in futuro come giurista, per contribuire a far avanzare le vostre iniziative. La strada da fare è ancora molta ma il vostro lavoro è fonte di speranza. Vi auguro un buon convegno.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.