Qualsiasi norma che eviti il carcere è sicuramente meglio di nuovi reati o indurimenti di pena, ma prevedere i domiciliari per “tossicodipendenti” o “alcoldipendenti” che aderiscono a programmi di “recupero” vuol dire non affrontare il problema alla radice e, allo stesso tempo, creare una serie di ostacoli burocratici e sovrapposizioni o coordinamenti di istituzioni slegate tra loro.
Questa legge mette sullo stesso piano la criminogenicità di sostanze psicoattive legali e illegali, gli alcolici si comprano tranquillamente dovunque, le sostanze stupefacenti pure, ma solo in contesti al di fuori della legge, se l’uso personale è sostanzialmente depenalizzato, salvo la reiterazione della condotta, costi, rischi e danni non sono sotto controllo perché si parla di sostanze proibite.
Non solo, l’Italia si distingue anche per scarsa attenzione, per non dire boicottaggio, alla riduzione del danno, politiche che prevedono sì terapie sostitutive, o in alcuni casi uso sotto controllo medico della stessa sostanza che si usa problematicamente, ma non necessariamente, o esclusivamente, a scalare fino all’astinenza totale.
Quanto potranno essere efficaci programmi basati su un approccio ideologico e non sulla pragmaticità del rapporto medico paziente? Infine, visto che la certificazione di “tossicodipendenza” è, spesso, antecedente all’ingresso nel circuito penale ed è in capo ai servizi territoriali per le dipendenze, che ne sarà di chi non è cittadino italiano che non conosce la lingua né la possibilità di poter usufruire dell’assistenza socio-sanitaria che esiste?
Nella stragrande maggioranza dei casi i “tossicodipendenti” che delinquono lo fanno o per garantirsi approvvigionamenti, o perché facenti parte di giri criminali o perché dopo anni di condotte fuorilegge non riescono a reinserirsi attivamente nella società. Scontare la pena ai domiciliari, sempre che abbiano un domicilio, come li potrà mai “recuperare”?