
Che qualcuno, ai piani alti delle istituzioni, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, si renda conto che esiste un problema sociale che si chiama Fertilità, è una buona notizia. Che lo faccia promuovendo prima un Tavolo tecnico consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità, e poi lanciando un Piano nazionale per la fertilità, che ci dice «Difendi la tua fertilità, prepara una culla per il tuo futuro», al di là del linguaggio scelto, sul quale ci sarebbe molto da obiettare, per il legame noto tra il linguaggio che si usa e le idee che si hanno, potrebbe avere senso.
Se, però, si scorrono le 15 pagine del Piano e le 110 del rapporto del Tavolo, (le commissioni di studio hanno cambiato nome in omaggio a una certa femminile concretezza che, in quanto facente parte dello stesso genere, non posso che, in teoria, apprezzare), forse occorre ridimensionare le proprie attese. Non è questa la sede per un commento esteso, che sarebbe opportuno ed interessante, ma qualche osservazione preliminare è comunque possibile, premettendo che le dimensioni del calo della natalità e della fertilità nei Paesi occidentali che una volta si definivano a capitalismo maturo, (oggi sappiamo quanto sia errata questa definizione) ha assunto dimensioni tali da non poter essere ignorate da nessun livello istituzionale.
I comportamenti delle popolazioni in campo riproduttivo sono, è ampiamente noto, molto resistenti ad azioni e sollecitazioni esterne e se si vuole tentare di influenzarli, occorre osservarli da una certa distanza, per coglierne le connessioni a livello di sistema sociale, perché i semplici interventi settoriali non si sono rivelati sufficientemente efficaci e in grado di intercettare, in modo significativo i comportamenti individuali. Il rischio, molto alto nel nostro Paese più che altrove, è che, al di là delle buone intenzioni, gli elaborati finiscano purtroppo ad occupare solo un certo spazio, ieri nei cassetti, oggi in quello smisurato armadio che è la Rete.
Penso che nella testa del ministro che sembra persona sinceramente sensibile a questa materia, ci fosse una ambizione di ampio respiro, ma non posso dire né che quanto prodotto servirà davvero allo scopo, né che sia costruito su linee guida culturali solide e condivisibili. C’è di buono che sia data per accettata l’esistenza, anche in Italia, del concetto di Salute riproduttiva, (un fatto non così scontato, come le vicende della legge 40 testimoniano), che si cerchi di analizzare il tema sui differenti piani, quello demografico, quello sociale, quello sanitario, che si capisca l’importanza della informazione.
Appare meno accettabile e improntato a una ennesima versione di paternalismo, che mai si usi la parola autodeterminazione e autonomia dei cittadini, che la fertilità sia considerata come «bisogno essenziale» e non solo della coppia ma dell’intera società, che serva l’istituzione di un Fertility day per celebrare questa «Rivoluzione culturale», per scoprire il «prestigio della maternità», che la salute riproduttiva sia posta «alla base del benessere fisico-psichico-relazionale dei cittadini», addirittura lasciando intravedere un concetto di normalità legato alle scelte riproduttive che lascia fuori dalla porta tutte le persone che fanno scelte diverse.
E infine, ma molto altro ci sarebbe da dire, appare semplicistico ritenere che, per ripristinare un clima di fiducia, sia possibile affidarsi felicemente alla diffusione di «good news», un concetto desunto dalle teorie del marketing che mi pare povero e inadatto alla serietà del tema. La fiducia è un tema delicato e complesso, centrale in tutte le relazioni sociali, punto nevralgico della crisi sociale, di sistema, che in aggiunta ai problemi della globalizzazione, il nostro Paese sta vivendo. Occuparsi di individuare “azioni positive” utili per il recupero di un bene collettivo cruciale, come la fiducia sociale, quella colla che ci tiene insieme tutti, è un tema molto serio, temo che Giornate della fertilità e C., non siano lo strumento più adatto, a meno di non voler considerare i cittadini italiani come al solito si fa in una visione paternalista, come “minori a vita” e le donne, in particolare, come serbatoio di stabilità sociale, magari chiedendo loro di restare a casa.
La miglior azione positiva disponibile è l’istruzione. Penso che in fondo sia questa la parola che ci manca di più, la fiducia, le donne e gli uomini hanno bisogno di potersi fidare del Paese in cui vivono, in cui fanno le loro scelte di vita, delle coperture economiche di politiche sociali importanti per tutti, che rendono concrete le idee.
In un Paese in cui corruzione e illegalità sembrano avere le gambe più lunghe si fa fatica, la fiducia diventa inevitabilmente un lusso e chi se lo può più permettere? Difficile che iniziative come le Giornate della fertilità siano lo strumento più adatto per recuperare un bene collettivo cruciale, la fiducia sociale.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.