Ciò che sappiamo, e non, della cannabis

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Pietro Greco

Lo hanno definito «l’esperimento cannabis». L’Uruguay è stata la prima nazione al mondo a legalizzare l’uso della marijuana, nel 2013, anche per scopi ludici. Ma altrettanto hanno fatto, negli Stati Uniti, il Colorado, l’Alaska, l’Oregon e Washington Dc. Entro il 2016 decideranno in tal senso anche California e Massachusetts. Sono invece 39 gli Stati della Federazione americana più lo stesso District of Columbia – che comprende la Capitale – ad avere riconosciuto il valore terapeutico e dunque l’uso a fini di salute della cannabis.

Anche in Europa sono molti i Paesi, Italia compresa, che non solo consentono l’uso personale della marijuana anche a fini ludici, ma ne riconoscono il valore terapeutico. Da noi, la produzione del farmaco con i principi attivi avviene a opera dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Questo esteso processo di emersione della cannabis dal mare opaco della clandestinità a quello trasparente della legalità, consentirà – come rileva la rivista scientifica inglese Nature – un grande esperimento.

Un test alla luce del sole che coinvolgerà milioni di persone – adolescenti, giovani e adulti – capace di studiare con la dovuta attenzione e profondità tre aspetti legati alla cannabis: i rischi, i benefici e anche l’impatto della legalizzazione, da quello sociale ed economico, a quello sanitario. Di questo “grande esperimento” c’è estremo bisogno, perché della cannabis sappiamo ancora poco.

In termini assoluti: i botanici discutono ancora se esista una sola specie di piante angiosperme che possiamo chiamare cannabis (la Cannabis sativa) o se le specie siano almeno tre; certo è solo che ne esistono diverse sotto-categorie e varietà con decine di principi attivi (ne sono stati classificati circa 200, tra cannabinoidi, terpenoidi e flavonoidi), fra cui il più noto è il Thc (delta- 1-tetraidrocannabinolo), ma i tossicologi e i farmacologi ne conoscono bene solo pochi altri e gli effetti sulla salute dell’uomo della maggioranza di queste sostanze, spesso presenti in tracce, sono in buona sostanza sconosciute.

Della “canapa” sappiamo poco anche in termini relativi: per esempio, gli studi che riguardano altre sostanze di largo consumo che creano problemi di salute, come il tabacco o l’alcol, sono cento volte superiori a quelli che riguardano la cannabis. Non è semplice saperne di più, perché gli effetti dei principi attivi, presenti in maniera differenziata nelle diverse varietà di cannabis, dipendono – come per ogni droga o farmaco – dalla dose, dalla frequenza di assunzione, dall’età e dalla condizioni di salute di chi le assume.

Cosa sappiamo, dunque, e cosa dobbiamo ancora indagare? Iniziamo dagli effetti negativi e non desiderabili sulla salute. Degli effetti a breve termine gli scienziati sono abbastanza sicuri. Nella cannabis ci sono principi psicoattivi che assunti oltre una certa soglia (spesso superata nelle “canne” di chi la usa per scopi ludici) influenzano in maniera non desiderabile la memoria e il coordinamento dei movimenti.

È stato dimostrato che una persona alla guida di un’automobile, sotto gli effetti della droga, ha una probabilità di fare un incidente da due a sette volte superiore a una persona che non ne ha fatto uso. Nei casi più gravi – che si registrano per fortuna piuttosto raramente – la cannabis può provocare (o concorrere a provocare) psicosi o paranoia. Sappiamo molto di meno sugli effetti a lungo termine, sia di tipo psichico sia di tipo fisico.

Nella letteratura scientifica internazionale sembra ormai abbastanza consolidato il fatto che la cannabis crei dipendenza: secondo Nature, il 9 per cento di coloro che la consumano con regolarità (che si fanno cioè una “canna” almeno cinque volte in una settimana) non ne possono più fare a meno. Non c’è dubbio alcuno, dunque, che la cannabis sia – come l’alcol o il tabacco, peraltro – una droga: ovvero una sostanza che crea dipendenza.

Un recente studio condotto a Dunedin in Nuova Zelanda su 1.000 persone dalla nascita fino all’età di 38 anni ha dimostrato (o meglio, sembra aver dimostrato) che chi fa uso regolare di cannabis vede erosa, nel lungo periodo, le sue capacità di memoria e anche il quoziente di intelligenza. Ma, nel dire che queste affermazioni vanno ulteriormente specificate con nuovi studi, bisogna anche ricordare che il QI è un indicatore piuttosto controverso tra psicologi e neuroscienziati.

Anche ammesso che sul QI non ci fosse controversia alcuna, i medici sanno che la cannabis è usata di frequente soprattutto dagli adolescenti e molto spesso in associazione con l’alcol. I ragazzi fumano e bevono. Chi causa cosa, dunque? È l’alcol o la cannabis che assunti in dosi eccessive per lungo tempo provocano perdita di memoria e delle capacità cognitive? Non lo sappiamo. E per questo bisogna studiare. E per questo l'”esperimento cannabis” a grande scala reso possibile dal processo di legalizzazione della sostanza, potrà essere utile.

Con molti accorgimenti, tuttavia. Perché, per esempio, la cannabis venduta oggi sul mercato clandestino ha una quantità di principi attivi molto superiore a quella del passato e le stesse varietà sono rapidamente cangianti. Ogni studio nel lungo periodo, dunque, espone al rischio di conclusioni non del tutto fondate. Anche perché non sappiamo – e dovremo cercare di scoprirlo – quali sono le dosi e quali sono i meccanismi molecolari che fanno dei circa 200 principi attivi della cannabis delle sostanze pericolose. Stesso discorso vale anche per quelli che potremmo definire gli effetti fisici della cannabis.

Lo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha posto l’alcol e il tabacco nella lista 1, quelle delle sostanze sicuramente cancerogene. Ovviamente non basta un bicchiere di vino al giorno o una sigaretta a causare un tumore. Tenuto conto di questo, non sappiamo se la cannabis – che per uso ludico viene prevalentemente fumata – provochi o meno il cancro ai polmoni. Secondo alcuni studi esisterebbe una correlazione, soprattutto tra i consumatori regolari e forti, ma secondo altri studi di questa correlazione non c’è evidenza alcuna. Ancora una volta, dobbiamo saperne di più. Proprio perché sono milioni le persone, soprattutto adolescenti, che ne fanno uso.

Ma, abbiamo detto, la cannabis è anche un farmaco. Che può essere utilizzata a fini terapeutici. Non c’è contraddizione in questo: quasi tutti i farmaci, come diceva Ippocrate oltre due millenni fa, possono trasformarsi in veleno, se assunti oltre una certa dose. E viceversa: molti veleni, se assunti nella giusta dose, possono provocare benefici. Anche in questo caso, tipicamente farmacologico, ne sappiamo poco.

La cannabis viene somministrata come sostanza capace di combattere il dolore in persone affette da molto malattie, dai malati terminali di cancro ai soggetti che soffrono di spasmi muscolari. I medici dicono che funziona e nessuno lo mette in dubbio, tant’è che l’uso della cannabis a fini terapeutici viene autorizzato in un numero crescente di Paesi. Tuttavia, non ci sono ancora dati scientifici sufficienti a spiegare l’effetto antidolorifico della cannabis, né a dirci quali sono le dosi migliori, o se ci sono, in alcuni casi, alternative migliori alla cannabis. Al contrario, non sappiamo se la cannabis possa svolgere buone funzioni terapeutiche in altri casi e condizioni cliniche. Ancora una volta, ne dovremmo sapere di più.

Resta, infine, il terzo ambito di studi necessari. Come cambia il comportamento dei consumatori in una condizione di uso legale, anche a fini ludici, della cannabis. I primi studi sembrano indicare che non c’è un aumento del numero dei consumatori. Chi non la consumava in condizioni di non legalità, non inizia a consumarla in condizioni di legalità. Cambia qualcosa, invece, nei consumatori, che tendono a incrementarne l’uso. Un effetto – da un punto di vista medico – negativo, cui però fa da complemento un aumento della sicurezza.

In condizione di legalità il prodotto in commercio è più controllato e si può essere più certi sia dei principi attivi presenti sia della loro concentrazione. Ma anche in questo caso gli studi sono troppo pochi e troppo recenti per poterli considerare definitivi. In altri termini occorre attendere gli esiti dell’esperimento cannabis per sapere se, come e quando fa male e se, come e quando fa bene, se, come e quando la legalizzazione produce effetti desiderabili. E tuttavia questo esperimento non avverrà in maniera automatica.

Occorre pianificarlo, finanziarlo e coordinarlo a livello internazionale. Uscendo, se possibile, dagli schemi ideologici e considerandolo, finalmente, per quello che è: un grande tema medico e sociale. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.