La Cedu riparte da procreazione e immigrazione

Il Sole 24 Ore
Marina Castellaneta

Primo appuntamento oggi, dopo la pausa estiva, dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’ uomo, con l’attesa sentenza Parrillo contro Italia (ricorso n. 46470). Sarà la Grande Camera, il massimo organo giurisdizionale di Strasburgo, a stabilire se il divieto di donare embrioni in vitro ai fini della ricerca scientifica, imposto dalla legge n. 40/2004, «Norme in materia di procreazione medicalmente assistita», sia compatibile con l’articolo 8 della Convenzione, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare e con l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà.

A rivolgersi alla Corte europea è stata una donna che aveva deciso di ricorrere alla procreazione assistita in vitro. I cinque embrioni erano stati sottoposti alla crioconservazione. A seguito della morte del proprio compagno, ucciso nella strage di Nassiriya prima dell’impianto degli embrioni, la ricorrente aveva deciso di donarli in modo che potessero essere impiegati nella ricerca. Ma la richiesta era stata respinta in base al divieto di sperimentazione e di ricerca sugli embrioni fissato nella legge n. 40. E questo anche se gli embrioni erano stati ottenuti prima dell’entrata in vigore della legge.

Ogni tentativo era fallito e così la donna, sin dal 2011, ha fatto ricorso a Strasburgo. La Camera ha rinviato il caso alla Grande Camera che leggerà il suo verdetto oggi alle 11.00. Già un pezzo della legge n. 40/2004 è caduto sotto la scure di Strasburgo con la sentenza del 28 agosto 2012, che ha bocciato il divieto di ricorso alla fecondazione omologa in vitro necessario per la diagnosi preimpianto.

Il 1° settembre, poi, la Corte europea dovrà di nuovo giudicare l’Italia, dopo la condanna nel caso Hirsi, e stabilire se è stato violato l’articolo 3 della Convenzione che vieta i trattamenti disumani e degradanti. A rivolgersi alla Corte alcuni cittadini tunisini che erano arrivati in Italia su uno dei tanti barconi della speranza. I migranti erano stati portati nel centro di soccorso e di prima accoglienza di Lampedusa, sovraffollato e con scarsa igiene. Era iniziata una protesta.

I ricorrenti erano stati arrestati e sistemati, per quattro giorni, in due navi ancorate nel porto di Palermo e poi rimpatriati in Tunisia. I ricorrenti sostengono che non solo è stato violato l’articolo 3, ma anche l’articolo 4 del Protocollo n. 4 che vieta le espulsioni collettive e l’articolo 5 sulle restrizioni in materia di libertà personale.

Entro l’anno, poi, è attesa la sentenza sul caso Abu Omar (l’udienza si è già svolta il 23 giugno di quest’anno), sui risarcimenti in materia di sangue infetto, sul ricorso per i fatti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova. Il 9 dicembre già fissata l’udienza su un ricorso in materia di maternità surrogata all’estero.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.