Le droghe sono nuove. Non bastano più regole vecchie

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Corriere della sera
Luigi Ripamonti

Un ragazzo morto per ecstasy pochi giorni fa, altri giovani alle prese con gravissimi problemi dopo l’assunzione di un composto a base di amnesia (combinazione tra marijuana e metadone). Ha ancora senso, di fronte a questo (prevedibile) trend occuparsi di liberalizzazione o meno della cannabis? Più in generale: ha ancora ragione d’essere un dibattito fra proibizionismo e antiproibizionismo sulle droghe «tradizionali»?

Il fronte si è spostato. Bisogna prenderne atto. E anche parlare solo di «droghe sintetiche» rischia di essere una semplificazione. Non si tratta di capire soltanto quali sono le nuove sostanze e di impostare una strategia per arginarle secondo schemi consolidad, di maggiore o minore successo. Non sono cambiati solo gli stupefacenti. Sono cambiati anche i canali di diffusione e il mercato, sempre più fluidi, destrutturati e parcellizzati. Sono cambiati I consumatori, non più «tossici» riconoscibili ma ragazzi (e adulti) «normali» e integrati. E lo spacciatore non è più «d’uomo nero» ma il compagno di banco, e per la sintesi e i mix possono bastare quattro pentole a pressione.

Invocare questo o quel modello di gestione del problema, sperimentato qui o altrove, può essere utile solo relativamente. In Olanda ci sono punti in cui i ragazzi possono portare la pasticca e farla analizzare: se è troppo pericolosa non viene restituita, altrimenti il ragazzo viene avvertito dei rischi e di come gestirli. Si chiama politica della «riduzione del danno». Non c’è moralismo, ed è una buona cosa, ma un aiuto attraverso l’informazione.

Magari se gli amici del giovane morto a Riccione avessero saputo che cosa fare sin dalle prime avvisaglie della crisi del loro compagno ora non saremmo qui a parlarne. Ma un tossicologo potrebbe replicare, con argomenti solidi, che con le miscele di sostanze sempre nuove che circolano le possibilità di analisi rapida davvero efficace sarebbero molto esigue. Si potrebbero citare altri esperimenti, come quelli in Austria con camioncini che vanno al rave party proponendo l’analisi delle sostanze, ma pare che siano pochi i giovani che aderiscono all’invito.

Allora proibiamo? Possibile, e anche ragionevole partendo dal fatto che la distinzione fra droghe leggere e pesanti è quantomeno discutibile, e che la cannabis, come scriveva Alberto Mantovani (Corriere di ieri), fa comunque male. Ma il mercato delle dipendenze è fluido, come si diceva, e ha la tendenza a plasmarsi sulle normative vigenti.

«Dopo la legge del 21 febbraio 2006 (art. 45) si è assistito a una temporanea riduzione dei consumi occasionali di cannabis» spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa. «Allo stesso tempo è aumentato il mercato delle sostanze chimiche e anche per quanto riguarda la cannabis i consumatori abituali non sono calati in modo significativo sul lungo periodo».

Il dibattito potrebbe continuare, con l’elenco di pregi e difetti delle diverse soluzioni, ma la situazione è cambiata e ne servono di nuove. Di sicuro è indispensabile un’informazione capillare. II problema non può più essere rimosso: va riconosciuto e conosciuto per quello che è. Ognuno deve fare la sua parte: istituzioni, media, scuola, famiglie. E va modulato il modo di informare. Ormai è chiaro che dire a un ragazzo che l’ecstasy può farlo morire serve fino a un certo punto. Così come serve poco dirgli che il fumo gli farà venire un cancro al polmone, è più efficace paventargli denti pialli o alito cattivo.

Ma questo è ovviamente solo l’abc, e l’informazione da sola non basta. La politica dovrà per forza mettere mano a un adeguamento delle strutture di gestione delle tossicodipendenze, che fanno quello che possono, ma che vanno aggiornate alle nuove esigenze. E dovrebbe essere ormai una priorità un «tavolo» politico in cui si inizi un dibattito concreto, capace di voltare le spalle ai diversi lasciti ideologici, di qualunque segno.

Infine serve una presa di coscienza come società civile, che ci chiama in causa tutti. Perché, bisogna avere il coraggio di ammettere che questi modelli di dipendenza li abbiamo forgiati noi su misura per i nostri figli, una generazione in cui la fragilità è diffusa forse anche perché la frustrazione è inammissibile e questo crea la necessità di passare da una soddisfazione all’altra: una volta è il gioco d’azzardo, una volta l’alcol, una volta la pasticca.

Si possono mettere nell’ordine che si preferisce, ma è in ogni caso un continuum. C’è chi addirittura mette al primo posto la dipendenza da telefonino come inizio della catena. Possiamo pensare di abolire i telefonini? Non diciamo sciocchezze. Però sottolineare una distinzione fondamentale fra piacere e felicità è possibile, attraverso qualsiasi metodo educativo e culturale.

Il piacere ha sempre un oggetto, e cerca in esso la propria soddisfazione, che esige di non essere negata, e crea perciò dipendenza, mentre la felicità procura piacere ma non ha oggetto e si consegue soprattutto attraverso le relazioni. Questo dovremmo ricordare prima di tutto a noi, per insegnarlo ai nostri ragazzi, troppo spesso soli, con i loro amici immateriali, con cui non si sono mai scambiati un bacio o un abbraccio. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.