
I casi Lambert e Bonnemaison hanno provocato un vero shock nel mondo dei medici: “Siamo persi, totalmente persi, siamo soli, totalmente soli” confida un medico ospedaliero con oltre 30 anni di servizio.
“Quel che è successo è una vera rivoluzione, è molto preoccupante”, confida il dr. Charbonnier, anestesista-rianimatore all’ospedale di Tolosa: “Se i processi di Christine Malèvre (infermiera condannata nel 2003 a 12 anni di carcere per avere intenzionalmente dato la morte a diversi malati, ndr) si svolgesse oggi, sarebbe assolta con una stand ovation”.
Se l’attualità scioglie le lingue attorno a questo tabù, il senso di incomprensione domina perché i magistrati hanno mischiato le carte della interpretazione delle leggi. Si chiede un oncologo: “Che messaggio mandiamo? Si parla da mesi della necessità di aggiornare la Loi Leonetti (quella del “Laisser mourir”, ndr) benché essa sia tuttora poco e male applicata alla realtà quotidiana, e la giustizia, con l’assoluzione del dr. Bonnemaison, che ha confessato sette eutanasie, ci impegna ormai a non rispettare la legge”. Nel caso Lambert, si stenta ancora ad arrivare ad un consenso sulla pratica della eutanasia passiva, benché sia giuridicamente legale, e nell’altro sembra si incoraggi l’eutanasia attiva che la legge proibisce”, riassumono molti medici.
Le sentenze e le incertezze della politica costringono i medici a navigare a vista: “E’ una palla di rugby – riassume un rianimatore – che tutti si passano ma che finisce col colpire una sola persona, quella che deve decidere e portare tutto il peso del suo gesto”.
Un esperto di terapia di urgenza parla di schizofrenia: “ Abbiamo scelto tutti questo mestiere per curare, ma l’eutanasia è il contrario delle cure. Alle sofferenze bisogna dare una risposta unica”.
“Per i medici rianimatori, molto esposti sul fronte della eutanasia, la difficoltà è accresciuta anche dai progressi della medicina, dinanzi a cui restano sempre la paura della morte e della malattia, i punti di riferimento della famiglia e della fede”, afferma un medico anestesista, il dr. Charbonnier: “Io so che l’eutanasia attiva, è regolarmente praticata, in piena illegalità, in rianimazione e nei raparti di terapia intensiva, per ottenere dei posti letto che diventano sempre più rari per mancanza di fondi. La situazione mi fa pensare a quella dell’aborto prima della legge Veil” (ndr: quella che lo legalizzò).
Un altro medico riconosce: “Oggi, dinanzi alla carena di posti letto, si instaurano arbitrati e valutazioni, che prima non si ponevano, sul valore di una vita piuttosto che di un’altra: fabbricare un disabile a vita? appesantire la situazione di famiglie che sono già in difficoltà? rianimare un sessantenne pieno di metastasi per occupare un letto raro e negare così la possibilità di sopravvivere ad un giovane che arriva al reparto dopo un grave incidente?”
Ora – dice un medico della terapia di urgenza – certi medici scelgono direttamente di non rianimare “per non fabbricare dei vegetali”.
“Questo – risponde il bioeticista Hermann Hirsch – é contrario alle buone pratiche; la questione della eutanasia non deve porsi se non dopo la rianimazione, non fosse che per permettere la donazione di organi”.
Il peso degli aspetti giuridici complica ancora la questione, osserva un pediatra: “In rianimazione i genitori supplicano di fare di tutto perché il figlio viva, ma dicono <dottore, rendetecelo ma rendetecelo normale>. Dopo di che si finisce in tribunale. Ma i medici non sanno leggere l’avvenire. Alcuni giovani rianimati, benché disabili, vivono una vita non meno felice di quella di molti di noi”.
Un medico di urgenza ha provato duramente la complessità del tema eutanasia durante un processo per un testimone di Geova, un caso giunto fino al Consiglio di Stato. Il caso ha messo in luce il conflitto fra i due obblighi, talvolta contrari, dei medici: la salvaguardia della vita umana e la necessità del consenso informato. La giustizia amministrativa talvolta ha dato priorità alla sovranità dei diritti del malato, talaltra allo “imperialismo dei medici”.
Il tema del fine vita è complesso anche nelle unità di lungo soggiorno e geriatria, aggiunge un alto funzionario della Sanità: le famiglie e alcuni medici curanti cominciano a dubitare che sia fondata la presa in carico di genitori anziani, malati di Alzheimer o disabili: mantenerli senza possibilità di miglioramento non vuol dire fare accanimento terapeutico? Uno psicologo osserva: il maltrattamento non è più tollerato, al contrario la vulnerabilità stringe ormai la società: nasce dalla paura di invecchiare, di essere malato, di degradarsi. Allora, in una illusione di controllo, la società prende le vesti della compassione e si convince ad uccidere o a lasciar morire per amore, per empatia”.
Il direttore di una catena di case di riposo private afferma: “Credetemi, i medici curanti del settore privato non hanno questi dubbi, perché ucciderebbero il loro proprio business: il che dimostra che il problema della eutanasia é strettamente legato, nei fatti, ai problemi economici. L’ospedale crea delle situazioni che immobilizzano dei posti letto troppo cari. Come volete che non si interroghino sulla utilità di continuare nelle terapie? Da questo punto di vista, il privato è ben più morale, ma solo per ragioni economiche…… inverse”.
Secondo un neurologo se la legge deve evolvere bisognerebbe cominciare dal suo titolo perché il “fine vita” non riguarda i pazienti in stato cronico. Che dire dei milioni di malati di Alzheimer o nei vari stati vegetativi cronici? Emmaenuel Hircsch pensa che non serve una legge sul fine vita ma una revisione dei diritti del malato.
Ma per il dottor Rostini la prima cosa dare è mettere al centro della formazione dei medici queste questioni centrali, che oggi sono totalmente assenti.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.