
Che l’embrione sia “uno di noi” non sembrano crederlo davvero nemmeno coloro che sostengono questa tesi. Infatti, nemmeno loro, a fronte delle migliaia di embrioni congelati in ciascun Paese che consente le tecniche di fecondazione assistita, si comportano come se davvero credessero e sentissero nel profondo del loro cuore che ci sono decine di migliaia di persone in Europa in attesa di essere scongelate per essere fatte vivere. Se aggiungiamo poi la non minore contraddizione che, nel caso di embrioni “abbandonati” (cioè che le madri non vogliono o non possono più impiantare in utero), per scongelarli e impiantarli in altri uteri (cioè escludendo, si spera, l’impianto forzato contro il volere della madre) bisognerebbe ricorrere proprio a quella fecondazione eterologa tanto aborrita da… gli stessi che sostengono che l’embrione è uno di noi.
Non è stato difficile, dunque, per la Commissione europea scegliere di respingere al mittente la richiesta – avanzata attraverso una grande campagna di raccolta firme in tutta Europa, e in particolare in Italia, di una piena equiparazione tra embrione e persona, che avrebbe avuto il solo effetto di mettere a repentaglio i diritti delle persone per come noi le conosciamo e riconosciamo, per le quali ciascuna – al di là di ogni divisione ideologica – è capace di provare almeno un minimo di empatia. Le persone i cui diritti sono in gioco sono, dunque, i malati che nutrono speranza di cure dalla ricerca scientifica (inclusa quella sugli embrioni), le donne che chiedono assistenza medica per non rischiare la vita con un aborto.
Forse non era necessario fosse l’Unione europea a ricordarlo. Forse sarebbe bastato un po’ di buon senso in più e di furore ideologico in meno per capire che l’embrione non è uno di noi, nemmeno se si portano a Bruxelles milioni di firme.

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