Nella discussione in corso sulla riforma istituzionale, prevalentemente minimizzata da alcuni a una questione di come salvare un simbolo politico e un’opportunità d’attribuzione di qualche status di potere a costo zero, gli unici argomenti – su cui quasi tutti concordano – sono che si tratta di una riforma «necessaria», un segnale ai cittadini. E inoltre che la politica è impegnata a ridurre i costi e a migliorare l’efficienza. Dopodiché, non appena si entra nel merito, le divisioni appaiono difficilmente ricomponibili. Lasciando da parte le posizioni conservatrici dei laici religiosi, i quali ragionano come se la Costituzione fosse un testo sacro, le divisioni sul piano di come riformare la camera alta sono forse conseguenza del fatto che quasi nessuno si è chiesto: a cosa dovrebbe servire (ammesso che serva) un nuovo Senato? Cioè: quali sono le debolezze dei processi di costruzione e applicazione delle leggi in Italia? E dove sono più evidenti? In che misura questi difetti costano ai cittadini economicamente (forse anche più dei costi del Senato) e sul piano delle opportunità di fare scelte libere e convenienti? La proposta originariamente lanciata da Armando Massarenti dalle pagine del supplemento culturale del Sole24Ore e quindi rilanciata nella discussione politica dalla senatrice Elena Cattaneo, cioè di usare la riforma del Senato per arricchire la politica e le istituzioni di conoscenze e competenze, che normalmente non riesce a usare o reclutare è, forse, l’unico approccio partito da una domanda sanamente utilitaristica. Perché, diciamolo, l’idea di trasformare il Senato in una camera delle autonomie altro non significa che, sempre minimalisticamente, cambiar di nome alla Conferenza Stato-Regioni, senza peraltro nemmeno prendere in esame, se non con l’intento vago di riformare il Titolo V, le ragioni per cui la Conferenza ha creato più problemi che soluzioni. Sul piano tecnico il suggerimento di Cattaneo/Massarenti è stato accolto dal disegno di legge del Governo ipotizzando la presenza nel nuovo senato di 21 rappresentanti dell’eccellenza culturale (in senso lato) del Paese nominati dal Presidente della Repubblica. A parte alcuni saggi anziani, che paradossalmente rimangono più lucidi e lungimiranti delle nuove generazioni rampanti, valga per tutte l’adesione convinta di Eugenio Scalfari alla proposta della Cattaneo, l’idea non è stata probabilmente del tutto compresa nei suoi presupposti e scopi. Ergo è apparsa a non pochi protagonisti del dibattito, anche a quelli più preparati professionalmente, un punto di vista estraneo, perché incomprensibile e ambiguo nella sua origine; nonché incerto sul piano della realizzazione procedurale. In realtà, l’idea sviluppa l’intelligente e lungimirante suggerimento regalato alla politica sempre da un lucidissimo quasi novantenne, il Presidente della Repubblica, con la nomina dei quattro senatori a vita: due scienziati, un architetto e un direttore d’orchestra, tutti di statura internazionale. Se la politica vuole davvero rigenerarsi e riconquistare fiducia, non deve costringermi sembrava dire Napolitano a cercare di tamponare le sue incapacità e i danni che genera, ovvero a esercitare nei limiti del mio mandato costituzionale una sorta di controllo tecnico sulle decisioni; fino al punto, per esempio, di dovermi inventare un improbabile governo tecnico per evitare il fallimento finanziario dello stato. Da uomo che ha studiato e sperimentato la natura dell’agire politico, il Presidente della Repubblica suggeriva di tornare a reclutare direttamente, all’interno delle istituzioni e usando i meccanismi della rappresentanza diretta o indiretta, le eccellenze culturali, cioè scientifiche, tecniche e intellettuali necessarie per, e capaci di concorrere a disegnare dei progetti per un paese che sia in grado di navigare con sicurezza nei marosi di un futuro economico e politico mondiale carico di incertezze. Sembrava peraltro che questo messaggio l’avesse compreso il presidente del consiglio Matteo Renzi, quando si candidò alla guida del Partito Democratico. Nell’ultimo confronto televisivo con Cuperlo e Civati, Renzi fu l’unico a citare scuola, ricerca e cultura come i tre pilastri dai quali intendeva farci ripartire. Per ora, a parte l’intento di ristrutturare gli edifici scolastici pericolanti, non sembrano più queste le priorità per il governo. Allora, prima di discutere sulle difficoltà procedurali, o su eventuali rischi di creare una sorta di corpo estraneo nelle istituzioni, sarebbe utile sapere se si ritiene, o no, che le principali difficoltà e sconfitte subite dalla politica italiana nell’ultimo mezzo secolo non siano dipese tanto o solo dal “bicameralismo paritario”, ma anche dall’incapacità di usare conoscenze e competenze valide nei processi legislativi e decisionali. E’ così? A giudizio di Cattaneo/Massarenti, e più modestamente anche per chi scrive sì. E si possono elencare decine e decine di episodi in cui sono state prese decisioni che si sapevano da subito `tecnicamente` sbagliate. Per le quali, cioè, era facilmente prevedibile che avrebbero causato danni economici, sanitari o morali. Le ultime hanno riguardato la vicenda Stamina, Ma ci sono state anche la legge 40 e quella sulla sperimentazione animale, citate da Elena Cattaneo. E si può dimostrare che è sbagliatissima anche la politica agricola italiana sul piano della scelta tecnica di vietare la coltivazione di ogm. La proposta Cattaneo/Massarenti andrebbe seriamente discussa soprattutto all’interno del Partito Democratico, che in questa fase svolge un ruolo attivo e quindi ha la principale responsabilità politica e morale per le scelte che andranno a configurare le auspicabili linee di rinascita economica, sociale e civile, in una parola culturale, dell’Italia. In una fase in cui la cultura moderata fatica a organizzarsi su basi concrete, offrire un terreno neutro, come è quello delle conoscenze e competenze scientifiche e tecniche, per riqualificare la politica sul piano dell’efficienza decisionale che non sia solo tagliare delle spese inutili, che però già non è poco rappresenterebbe un’opportunità (forse l’unica pensabile al momento) per recuperare operativamente fiducia nella politica e cominciare a selezionare nel Paese un nuova classe dirigente. Cioè delle figure capaci di dividersi sui valori, ma che rispettano sempre i fatti e riescono quindi a dialogare e a trovare, nelle decisioni, compromessi accettabili e utili sia per l`interesse generale, sia per quelli dei singoli cittadini.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.