Malati clandestini in trattamento Stamina all’ospedale di Brescia: ora arrivano le denunce. Che confermano l’ingresso di pazienti non registrati per ordini «venuti dall’alto». Persone affette da gravi malattie neurodegenerative, transitate in un grande ospedale pubblico del nord Italia come fantasmi. Ma non per Davide Vannoni e i suoi, ai quali sarebbero stati versati migliaia di euro per trattamenti effettuati in una struttura pubblica trasformata in un Suk, secondo i testimoni che ora escono allo scoperto.
L’ultima denuncia è quella che abbiamo raccolto da un sanitario degli Spedali Civili di Brescia. Il dottor Franco (il nome è di fantasia perché la paura del licenziamento è tanta) ha già raccontato tutto alla Procura bresciana, riferendo la testimonianza di un infermiere e un capo sala ai quali sarebbe stato imposto di non lasciar traccia di almeno quattro pazienti che bussavano alla porta dei Civili di Brescia per ottenere le infusioni Stamina. E il primo di quei pazienti sarebbe proprio Luca Merlino, pezzo grosso della direzione sanitaria regionale lombarda e, come certificano mail e documenti, promotore nel 2011 dell’accordo tra l’ospedale bresciano e la Stamina Foundation. Sugli stessi fatti proprio ieri è partita anche una informativa ai Carabinieri dei Nas, che ora si muoveranno per accertare come siano andate effettivamente le cose.
Ma in ospedale chi ha visto ha il terrore di parlare. «Mi hanno posto il divieto a rilasciare qualsiasi dichiarazione», ci dice al telefono uno degli infermieri coinvolti loro malgrado nella vicenda. Che però a domanda se abbia omesso di registrare qualche paziente si lascia scappare: «Ho solo eseguito gli ordini dell’ospedale».
Solo pochi giorni fa la direzione degli Spedali Civili aveva escluso in modo ambiguo «che possa essersi verificato l’ingresso in ospedale di pazienti al di fuori di procedure di accettazione e dimissione» per accedere al metodo Stamina. Aggiungendo però, subito dopo, che in ogni caso sono in corso «attente e rigorose verifiche». Certo è che di cose da accertare a Brescia ce ne sono parecchie. E riguardano anche qualche ambiguo rapporto con le istituzioni sanitarie romane. Una storia, che parte nel giugno del 2011, aiuta a capire. La dottoressa Carmen Terraroli, responsabile della ricerca clinica agli Spedali Civili, chiede a Carlo Tomino, dirigente dell’Aifa, l’agenzia ministeriale del farmaco, chiarimenti «per il comportamento da adottare per richieste di terapia cellulare somatica per malattie particolari con tecniche con il supporto di Stamina». Meno di una settimana dopo, il 27 giugno, il funzionario spiega che «il loro utilizzo non può essere autorizzato». Anche perché il Laboratorio di Brescia non ha le caratteristiche richieste dalla legge per coltivare cellule sta-minali mesenchimali. Ma dopo un mese Tomino cambia idea e scrive che «non si ravvedono ragioni ostative al trattamento indicato». All’epoca alla testa dell’Aifa non c’era l’attuale direttore Luca Pani, quello che nel 2012 sigillò insieme ai Nas i laboratori bresciani, ma da li a qualche mese sarebbe sbarcato con un incarico di rilievo il potente direttore generale della sanità lombarda, Carlo Lucchina, del quale il «paziente Stamina numero uno», Luca Merlino, è stato braccio destro.
Mentre i misteri bresciani si infittiscono il vice presidente Stamina, Marino Andolina, annuncia la collaborazione con una nuova università statunitense, che però è top secret. «L’obiettivo – dichiara – è arrivare a una valutazione di qualità della metodica». Di sicuro non saranno testate le cellule di Brescia, sulle quali c’è il divieto di trasporto imposto all’Aifa.