Le spaventose immagini dei ratti deformi, pieni di tumori, fecero scalpore il 20 settembre 2012, quando la rispettata rivista scientifica americana Food and Chemical Toxicology pubblicò lo studio del biologo francese Gilles-Eric Séralini e della sua équipe dell’Università di Caen. Quei ratti erano stati nutriti per due anni con mais transgenico Monsanto e esposti all’erbicida che spesso lo accompagna, il Roundup: in un colpo solo venivano autorevolmente rilanciate le paure e gli allarmismi — spesso irrazionali — che da sempre circondano le parole «Ogm e Monsanto». I dubbi sul rigore scientifico di quella ricerca, subito espressi dagli esperti, sono però confermati: la stessa rivista Food and Chemical Toxicology che la pubblicò ha deciso di ritirarla e cancellarla dai suoi archivi perché «inconcludente». D caso, comunque, non è ancora chiuso: le autorità europee e francesi nel frattempo hanno ordinato altre indagini, i cui risultati devono ancora arrivare. A questo scopo sono stati stanziati fondi cospicui: cinque milioni di euro, tre forniti dall’Unione europea e due dalla Francia. La bocciatura di Séralini non equivale quindi alla prova definitiva che gli Ogm siano innocui, come la scioccante pubblicazione di oltre un anno fa non dimostrava che sono dannosi. Ma intanto, quel che è successo sembra indicare che nessuno dei protagonisti si è comportato in modo corretto, a conferma che la questione degli Ogm è ancora trattata in modo poco equanime. Non è stato impeccabile per primo il professor Séralini, che ha presentato una ricerca fondata su un campione troppo basso e statisticamente debole, e che ha preteso di avere raggiunto una verità assoluta — gli Ogm provocano il cancro nei ratti — quando invece poteva al massimo sperare di aggiungere il suo mattoncino all’edificio della conoscenza. I dubbi Dubbi sul rigore delle analisi e sul campione troppo basso. Cinque milioni da Francia e Ue per nuove indagini Quel clearly demonstrate («dimostra chiaramente») nelle conclusioni di Séralini ha finito per screditare tutto l’impianto dei suoi studi. Se si fosse limitato a porre la domanda — i test oggi normalmente usati in tossicologia sono sufficienti? — il suo lavoro sarebbe stato giudicato più coerente e serio e forse non sarebbe stato ritirato. Infine, la sua reazione — sono vittima della potenza delle multinazionali — è prevedibile e troppo simile a quella di tutti gli studiosi più o meno preparati che morirebbero dalla voglia di dimostrare qualcosa, ma non hanno la capacità scientifica di farlo. D mio studio fa acqua, a detta di più esperti indipendenti? Colpa loro, che sono venduti alle multinazionali. Ma si è comportata in modo discutibile anche la rivista Food and Chemical Toxicology, assai importante per la letteratura scientifica. Prima ha accettato lo studio di Séralini già palesemente pieno di difetti, poi lo ha ritirato per ragioni irrituali. D direttore della rivista, Wallace Hayes, ha scritto a Séralini riconoscendogli la buona fede e la mancanza di deformazione intenzionale dei dati; la ricerca viene ritirata perché gli animali studiati sono pochi e quindi i risultati «non sono conclusivi». Ma di solito, in questi casi, gli studi non vengono cancellati: secondo le regole in vigore nella stessa rivista, gli articoli sono ritirati solo per mancanze etiche, plagio o errori materiali. E nessuno di questi difetti è stato contestato a Séralini. D suo studio, insomma, non provava nulla (nonostante lui ne fosse convinto) ma poteva servire come punto di partenza per altri scienziati (e infatti cinque milioni di euro vengono spesi in questo momento per vederci più chiaro). La cancellazione è forse una pena troppo drastica, che sembra assecondare gli interessi delle industrie coinvolte.

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