Ignoranza, superficialità o peggio ancora «cialtroneria». Questo in tre parole l’approccio degli italiani alla scienza. Grave, anzi preoccupante, considerato che la diagnosi arriva da Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina e docente di bioetica. Lo studioso sarà a Genova il 19 novembre per partecipare al ciclo “Le parole del nostro tempo”, a Palazzo Ducale. E il tema del suo intervento sarà proprio questo: sfatare falsi miti, chiarire equivoci e fraintendimenti sulle questioni scientifiche più controverse.
Professore, siamo messi davvero così male in Italia?
«Purtroppo sì. C’è un analfabetismo generalizzato che è spaventoso. La maggior parte della gente non ha quasi alcuna conoscenza in questo campo, quindi non è in grado di discriminare tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è affatto. Ma l’aspetto più allarmante è che anche lo Stato non possiede queste competenze e finisce per dare credito a cialtronerie inammissibili».
Lei è intervenuto spesso sul caso Stamina.
«Mi riferivo proprio a questo. Il cosiddetto metodo Stamina, cioè la cura basata sulle cellule staminali mesenchimali, è un imbroglio. Non c’è mai stata alcuna prova che queste cellule avessero efficacia nelle malattie per cui avrebbero dovuto essere impiegate. Ma lo Stato aveva messo in piedi l’ulteriore sceneggiata della commissione per valutarne la validità».
Ma il Comitato scientifico dell’Istituto superiore di sanità ha bocciato il metodo e il ministro Lorenzin ha fermato la sperimentazione.
«Non poteva essere altrimenti, essendo costituita la Commissione in larga maggioranza da esperti competenti e onesti. Ma in qualsiasi Paese civile non si sarebbe mai arrivati a votare in Parlamento per una sperimentazione e a creare una commissione ad hoc: era sufficiente quel che aveva fatto AIFA sulla base dei controlli dei carabinieri del Nas. Si doveva chiudere tutto lì. Perché non è accaduto? Perché politici e sedicenti tecnici, come il ministro Balduzzi o Nanni Costa del Centro Nazionale Trapianti, hanno sbagliato. Mi auguro che si faccia chiarezza sulle ragioni di scelte poco trasparenti e così dannose».
Come siamo arrivati a questo?
«Penalizzando la ricerca scientifica: stiamo portando il Paese indietro nel tempo».
Quali danni può provocare questa arretratezza?
«Enormi, anche dal punto di vista economico. Prenda il caso della sperimentazione animale, la nuova legge europea detta alcuni principi basati sul rispetto della vita degli animali. Ma questa direttiva da noi è stata recepita in senso iperprotezionista, o più tecnicamente delirante. Il che vuol dire cancellare ogni possibile progresso allo stato delle conoscenze in Italia nel campo della biomedicina. Una scelta che ci proietterà ulteriormente fuori dall’Europa. Senza sperimentazione non potremo accedere ai finanziamenti europei e dovremo comprare i trattamenti dagli altri Paesi».
Ma qual è il nostro problema?
«Non abbiamo un’élite culturale degna di questo nome. Tra gli Stati del G20 siamo quelli messi peggio dal punto di vista dell’alfabetizzazione funzionale, ossia la percentuale di cittadini in possesso degli strumenti cognitivi necessari per affrontare la vita quotidiana usando le opportunità di una società complessa. Siamo all’ultimo posto, dopo Messico e Senegal».
La responsabilità è solo della politica?
«Diciamo che è un po’ di tutti. Inclusa e non poco la comunità scientifica che non è capace di contare davvero a livello politico. Nel resto del mondo è la scienza a influire sul mercato, da noi esattamente il contrario».
Faccia un esempio.
«Il cibo biologico, un altro bluff. Questi prodotti non sono diversi dagli altri, l’unica differenza è che costano di più. La sicurezza, ma anche la bontà del cibo biologico è solo un’illusione. Eppure questo settore, che occupa il 3% dell’economia nazionale, governa il Paese. E chiaro che dietro ci sono degli interessi economici, mi riferisco principalmente a Coldiretti, Coop, Slow Food, Eataly, che influiscono sulle scelte politiche e ottengono il divieto della genetica in campo agrario causando il blocco dell’innovazione».
Gli ogm, altra questione che l’ha vista in prima linea…
«Sì. Mi preme chiarire una cosa: il 99,9% degli scienziati si è espresso chiaramente su questo punto: la ricerca nel campo degli ogm va portata avanti, le possibili applicazioni e i relativi benefici sono evidenti. I politici continuano a sostenere che su questo tema gli scienziati sono divisi ma non è vero». Eppure si parla molto di scienza oggi. C’è quasi una sovraesposizione mediatica…
«Se ne parla, ma senza saperne niente: in realtà viene solo spetta-colarizzata, tirata in ballo quando fa scandalo. Certi talk show producono ignoranza e confusione alimentando pregiudizi».
Il pubblico come può difendersi?
«Non può. La parola “scienza” viene appiccicata a sproposito sulle teorie più strampalate. La gente non dovrebbe farsi ingannare, ma spesso non ha gli strumenti per tutelarsi».
Il suo ultimo libro, “Scienza”, potrebbe essere d’aiuto?.
«Nel libro cerco di smontare i luoghi comuni più diffusi in questo campo. E le assicuro che non sono pochi».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.