«Io sono morta il 13 aprile». Parla con la sua voce roca e profonda ma senza la consueta irruenza, stavolta la sua cristallina cascata di parole è un discorso nudo cadenzato da pause. I riccioli castani non ci sono più sostituiti da una corta pettinatura e i capelli bianchi, gli occhi profondi di sempre ma senza kajal. Neanche una delle sue sciarpe di seta. Sempre elegante, sempre essenziale.
La sua voce che non c’è più è calma e quell’incipit «sono morta» arriva come un pugno. E’ un testamento, «Storia di Piera», la testimonianza video che la mestrina Piera Franchini ha consegnato all’associazione Luca Coscioni e ai radicali per l’iniziativa «Eutanasia Legale» che da ieri è partita in tutta Italia per promuovere una legge di iniziativa popolare che dia diritto di scelta ai malati in fin di vita, a chi conosce la data dal suo congedo dal mondo. La campagna è stata lanciata ieri e Piera che le fa da testimonial è morta sette mesi fa in Svizzera in una clinica che aiuta i malati terminali a morire prima che sofferenze e degenerazione cellulare abbiano la meglio sulla volontà e sulla coscienza. Piera Franchini aveva 74 anni, un impegno politico nel Pci prima e in Rifondazione Comunista poi e idee nitide, di quelle con cui mai si può venire a patti. Tenacia, principi e coerenza viaggiavano sempre in tre in sua compagnia.
Inutile girarci intorno: la sua intransigenza scatenava litigi. Nel partito, in famiglia, nella vita privata. E nella malattia si era ritrovata sola per un silenzio cercato e coltivato. Poi si era ammalato di Sla Vittorio Bisso, ex assessore di Dolo dei Comunisti Italiani, morto a giugno nella stessa clinica della dolce morte in Svizzera. A settembre l’associazione Luca Coscioni, Radicali, Uaar ed Exit Italia avevano lanciato la campagna per cercare malati terminali disposti a raccontare la loro storia. Piera la lesse sui giornali e subito aderì. «Questa persona sono io, ci disse – racconta Marco Cappato dei Radicali che l’ha accompagnata nel suo primo viaggio in Svizzera – La vostra campagna sembra fatta per me». Lei a quel tempo non cercava una via d’uscita al dolore perché l’aveva già trovata: dopo la morte di Vittorio Bisso contattò gli ex compagni di partito per chiedere una mano ed essere accompagnata sullo stesso percorso della dolce morte: l’associazione Exit Italia e la clinica svizzera Dignitas. Il video era solo una testimonianza, l’ultima nella sua vita che fu tutta testimonianza. «Mettendosi a disposizione ci spiegò che era in attesa della disponibilità della clinica in Svizzera e che voleva raccontare la sua storia», continua il rappresentante dei Radicali. Seguirono varie telefonate, la chiamata dalla Svizzera arrivò prima del previsto. E lei non aveva nessuno disposto ad seguirla in quello che sembrava l’ultimo viaggio. «A me è sembrato giusto essere riconoscente. E l’ho accompagnata alla luce del sole – rivendica Cappato – In Italia rischia 12 anni di carcere chi agevola l’omicidio del consenziente. Io non so cosa farei nella stessa situazione ma so che c’è ci crede che scelte vadano coperte come una vergogna e ci sono storie di eutanasia clandestina o in esilio proprio per questo. Ma è la realtà è così ed è osceno e scandaloso chi non guarda in faccia la realtà come se non esistesse».
Quel primo viaggio in Svizzera per Piera Franchini non si concluse nel modo sperato, le difficoltà di deglutizione consigliavano un altro percorso, la morte dolce per endovena che però era da studiare ex novo. Lei ci sperava, aveva già buttato già via i suoi effetti personali . «Il mio fegato è impazzito e genera molto ferro. Diventerò nera come l’acciaio». Tornò a casa delusa, ma con del tempo in più per congedarsi dalla sua famiglia, dagli amici, dai compagni. E un testamento video.
Monica Zicchiero
«Il messaggio forte spinge alla rimozione»
Essenziale e diretto, la vita e la morte ridotti ai fondamenti, il videomessaggio di Piera Franchini ieri ha fatto il giro del web in Italia. Duro perché il tema è duro ma i commenti – pochi – non affondano nella carne viva del problema. E restano alla larga.
«Bisognerebbe prima intendersi sulla liceità del suicidio prima di affondare il discorso sull’efficacia comunicativa del video», spiega il filosofo Emanuele Severino. La cifra espressiva è lo shock ma non è quello il punto. «Non è la prima volta, abbiamo già visto le pubblicità shock di Oliviero Toscani – ricorda il massmediologo Klaus Davi – Ma per il pubblico italiano i messaggi forti rischiano di essere controproducenti, video così forti producono rimozione». Si distoglie lo sguardo perché altrimenti bisogna osservare vita, morte, dolore che sono all’ordine del giorno solo per allusione, solo come derivato della crisi e non come condizione primaria. «A volte è più efficace il messaggio positivo di solidarietà , nonostante la rete abbia abituato gli utenti a messaggi forti – continua Davi – E poi il tema etico è meno sentito in questo periodo a causa dei problemi economici: quanto si sente parlare di fine vita, unioni civili, legge 40? Poco. Però a volte basta un caso di cronaca perché tornino nell’agenda della politica».
Mo.Zi.
«Un caso che zittisce le sciocchezze del web»
L’efficacia del testamento video di Piera Franchini è fuori discussione: niente fronzoli, nessuna retorica, la fine guardata negli occhi senza voltare la testa . Ma serve a smuovere gli animi? «La comunicazione non è solo dolce e buonista – taglia corto Paolo Crepet, psicologo e psichiatra – Non serve solo a vendere un prodotto ma anche a comunicare un’idea. Un’idea rispettabile di fronte alla quale dobbiamo inchinarci e stare zitti perché nessuno ha diritto a dire nulla». Il problema, semmai, è il troppo silenzio che circonda queste storie di fine vita, la solitudine di scelte che sono antiche come il mondo ma dall’antichità sempre rimosse. «Socrate si suicidò per insegnare qualcosa», ricorda lo psichiatra Vittorino Andreoli. Al tempo non esisteva Facebook, oggi sì e il video di Piera Franchin che consegna la sua morte ai posteri rimbalza da un profilo all’altro, da una condivisione all’altra nell’afonia dei post e dei commenti. Senza parole. «Non mi meraviglia – scuote la testa Crepet – siamo capaci di occuparci delle più grandi sciocchezze e di farci la prima pagina. Ma su queste cose cala il silenzio perché non sappiamo più cosa dire della vita e della morte». Afonia da mancanza di pensieri di un popolo «di pettegoli, cosa che mi irrita in modo spaventoso; parliamo di cosa mangiamo, di cosa fare nel fine settimana, di fidanzati. E una generazione sta crescendo su questo».
Mo.Zi.