I semi geneticamente modificali di Monsanto sono considerati «mostri» dalla maggioranza degli ambientalisti. Ma ora sono rivalutati da uno dei più famosi attivisti verdi, l’inglese Mark Lynas. E al fianco di Monsanto si sono schierate grandi aziende high-tech come Apple e Microsoft in un’ importante causa aperta due settimane fa davanti alla Corte suprema americana, da cui può dipendere la protezione dell’innovazione anche in altri campi, oltre all’agricoltura. Di questo e dei progetti del numero uno mondiale nelle sementi e negli erbicidi ha parlato con CorrierEconomia Juan Ferreira, il nuovo chief marketing officer e capo del Technology development di Monsanto. Che cosa significa avere la responsabilità sia del marketing sia dello sviluppo tecnologico? «Per sviluppare le nuove tecnologie i nostri scienziati agronomi lavorano a stretto contatto con chi poi le vende: in questo modo i ricercatori capiscono che cosa succede nelle fattorie e di che cosa hanno bisogno gli agricoltori. L’obiettivo è creare prodotti e sistemi di coltivazione che aumentino la pro-dul tività e la qualit.A dei raccolti».
Gli strumenti con cui Monsanto fa aumentare la produttività, le sementi «ogm» (organismi geneticamente modificati), sono al centro di accese discussioni sulla loro sicurezza. II vostro amministratore delegato Hugh Grant ha dichiarato che dovete comunicare meglio qual è la vostra missione: che cosa farete? «Dobbiamo spiegare che tutto il lavoro della nostra azienda è focalizzato sul promuovere un’agricoltura sostenibile: significa ottenere il massimo raccolto possibile per ettaro con il minimo possibile delle risorse ovvero con il minimo di terreno, acqua e azoto, la male-ria prima dei fertilizzanti, l’energia necessaria alla crescila dei raccolti. Cosi si ottiene un impatto positivo sull’ambiente naturale e le condizioni umane. La nostra ricerca e sviluppo punta proprio a questo».
La protezione con brevetto dei vostri prodotti è al centro di un importante caso finito davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti: come mai? «Monsanto investe 4 milioni di dollari al giorno, 1,5 miliardi di dollari l’anno in ricerca e sviluppo. I nostri agronomi partono con lo studio e la sperimentazione su milioni di varietà di sementi: ci vogliono in media dieci anni e 150 milioni di dollari per arrivare alla fine a un solo prodotto nuovo, un solo seme, che viene protetto dal brevetto. La grande maggioranza degli agricoltori capisce quanto costa tutto questo processo ed è d’accordo con il contrattò di vendita dei nostri semi: non possono essere riutilizzali dopo il primo raccolto».
Ma altri non sono d’accordo… «Una minoranza. Nove casi sono finiti in tribunale negli Usa e i giudici ci hanno sempre dato ragione. Ora c’è questo appello alla Corte suprema, dove spiegheremo come a fronte dei rischi che assumiamo sia giusto proteggere l’innovazione che ne risulta».
Il frutto della vostra ricerca e sviluppo è tuttora controverso in Europa, dove l’impiego delle sementi geneticamente modificate è sospeso nella maggioranza dei Paesi, Italia compresa. Intendete lanciare una campagna d’informazione specifica per cambiare la situazione? «No. Vendiamo sementi ogm solo se c’è un supporto politico che lo consenta e non vogliamo fare lobbismo per ottenerlo. E da notare che l’Agenzia per la sicurezza alimentare europea ha dato l’ok per l’introduzione delle sementi ogm, concludendo che non sono un rischio per la salute. Sono invece i singoli Paesi a bloccare la loro adozione, per motivi politici. A differenza di due grandi produttori di commodity agricole, il Brasile e l’Argentina, che hanno deciso di usare gli ogm sulla base dei risultati scientifici e ne stanno beneficiando in termini di crescita economica. L’Argentina per esempio è passata da 4 milioni di ettari coltivati a soia nel ’95 a 18 milioni oggi e la soia rappresenta il 20% delle sue esportazioni».
Il mercato europeo è diventato quindi secondario per Monsanto? «No, rappresenta sempre il 12,7% delle nostre vendite globali: è un grande business convenzionale, con le sementi non ogm e gli erbicidi. Inoltre in qualche Paese sta cominciando a cambiare l’atteggiamento. In Gran Bretagna per esempio ha fatto molto effetto il cambiamento di opinione di uno dei più famosi ambientalisti, Mark Lynas, che dal ’95 era stato paladino nella crociata anti ogm e due mesi fa ha invece confessato pubblicamente di essersi sbagliato: “Mi dispiace di aver contribuito a demonizzare un’importante tecnologia che può essere usata per migliorare l’ambiente — ha detto a una conferenza sull’agricoltura a Oxford —. Perché ho cambiato idea? Ho scoperto la scienza e spero di essere diventato un miglior ambientalista”».
Avete programmi particolari per l’Italia? «Il mercato italiano per noi va molto bene, con la vendita di sementi per mais e verdure come i pomodori, oltre agli erbicidi. inoltre abbiamo investito parecchio nel centro di ricerche a Olmeneta, in provincia di Cremona, che è il punto di riferimento per tutti i Paesi del Mediterraneo dove operiamo».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.