Eterologa, la Consulta slava la legge 40

l’Unità

Le coppie che chiedono di poter accedere alla fecondazione eterologa, nonostante il divieto imposto dalla legge 40, non hanno ottenuto un si dalla Corte Costituzionale. Ma neppure un no. «E una sentenza interlocutoria e dunque positiva», li incoraggiano gli avvocati, che li hanno assistiti in questo lungo percorso legale giunto fino alla Suprema Corte. I giudici della Consulta, dopo due ore di udienza e una camera di consiglio meno lunga del previsto, infatti, per ora, non si sono pronunciati sulla compatibilità con la Costituzione di quell’articolo 4 comma 3 della legge 40 che recita: «E vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo». Ma con la sentenza di ieri sera si sono limitati a rinviare nuovamente il quesito sulla legittimità del divieto imposto dalla legge 40 ai magistrati che, sollecitati dalle stesse coppie; lo avevano formulato. Nella richiesta delle coppie, inoltrata dai magistrati alla Consulta nei primi mesi del 2010, infatti, ci si appellava tra l’altro a un pronunciamento della Corte europea a favore del "diritto all’eterologa", poi però – come fanno notare i Supremi giudici – corretto dalla Grande Chambre. Dunque, in sostanza, i giudici della Consulta chiedono ai magistrati di riconsiderare il loro quesito alla luce di quella sentenza. Severino Antinori parla di una decisione «pilatesca». Ma i difensori delle tre coppie – una di Catania, una di Firenze, l’ultima di Milano -, che, in tempi diversi, due anni fa, al no ricevuto dai centri di procreazione assistita avevano risposto facendo ricorso ai rispettivi tribunali, sono decisamente meno tranchant. Il divieto imposto dalla legge 40 vive. Non è stato corretto dalla Corte Costituzionale. Ma la strada per le coppie che chiedono di rimuoverlo non è sbarrata. «Si tratterà solo di riformulare meglio il quesito’,, spiega l’avvocato Filomena Gallo, uno dei legali delle coppie. Che incassa: «La Corte non ha rigettato la nostra richiesta». Mentre la stessa sentenza della Grande Chambre, citata dai Supremi giudici – spiega – non pregiudica nulla. La vicenda è complessa. L’ll marzo 2010 la Corte europea, a cui si erano rivolte due coppie austriache, aveva dato loro ragione e si era pronunciata contro il divieto all’eterologa imposto anche dalla legge austriaca (che consente però la cosiddetta eterologa «in vivo»). Ma quella sentenza a cui avevano fatto riferimento le coppie italiane era stata poi corretta il 13 novembre 2011 dalla Grande Chambre della stessa Corte europea, a cui si era appellata con l’Austria anche l’Italia, ottenendo ragione. «Vietare l’eterologa è legittimo», avevano esultato i sostenitori nostrani del no all’eterologa. «Quella sentenza ha stabilito la autonomia legislativa degli Stati membri e la plausibilità di vietare la fecondazione artificiale eterologa», ha ripetuto ieri Scienza e Vita. E però «come abbiamo fatto notare durante l’udienza – spiega l’avvocato Giandomenico Caiazza, legale di una delle coppie – quella sentenza della Corte va storicizzata: il caso sollevato dalle due coppie austriache risaliva alla fine degli anni 90,oggi 39 Paesi del Consiglio europeo consentono l’eterologa, mentre il divieto assoluto resta solo per l’Italia, la Lituania e la Turchia». Oltretutto fa notare Filomena Gallo – la Grande Chambre in quella sentenza invitava anche gli Stati membri a legiferare «tenendo conto dell’evoluzione scientifica delle tecniche e delle rispettive Costituzioni nazionali». E proprio dalla Costituzione italiana – spiega citando il diritto all’uguaglianza, alla famiglia e alla salute – dovrà essere riscritto – a suo avviso – il nuovo quesito. «Si tratta di attendere ancora qualche mese», dice. Le coppie che hanno fatto ricorso sono giovani. Almeno altre 5mila nel 2011 sono andate oltrefrontiera per fare quello che in Italia non si può, ma all’estero sì.