
"Ora sentiamo dire da più parti: è morto uno scienziato italiano. Ma nel 1975, lo stesso anno in cui vinse il Nobel per la medicina, l’Italia gli tolse la cittadinanza. Lo raccontò lui stesso in un’intervista alcuni anni dopo. Come spesso ci accade, lo abbiamo scoperto in ritardo". Gilberto Corbellini, da storico della medicina, non rinuncia a ricordare anche gli aspetti più difficili della storia di Renato Dulbecco, morto ieri a La Jolla in California.
Dulbecco è famoso per molti motivi, ma se dovesse scrivere una storia mondiale della medicina come lo ricorderebbe?
"Lo ricorderei come uno dei padri della virologia molecolare. Dulbecco ha creato le metodologie per studiare le basi molecolari dei processi attraverso cui i virus provocano la trasformazione tumorale delle cellule e quindi ha consentito di mettere a fuoco i meccanismi genetici del cancro. Grazie a lui è diventato possibile scoprire che il cancro è una malattia genetica e anche capire in che modo i virus sono coinvolti nella sua genesi. Inoltre, Howard Te-min, che lavorava con lui, scoprì la trascrittasi inversa, ovvero l’enzima che permette il trasferimento del materiale genetico del virus nella cellula, un altro passo importantissimo. Si tratta di scoperte che hanno aperto la strada a ricerche che proseguono ancora oggi".
Come arrivò a queste scoperte?
"Nella sua formazione era partito da interessi per la fisica e la matematica. Aveva un atteggiamento aperto alle novità che mantenne sempre. Quando arrivò negli Stati Uniti andò a lavorare con Luria e successivamente con Delbruck. La sua grande idea fu trasferire nel campo dello studio delle colture cellulari animali infettate da virus le metodologie che avevano sviluppato nel laboratorio di Luria per lo studio dei virus che infettano i batteri".
Quali altre abilità aveva?
"È stato anche un personaggio politico importante, molto abile ad usare la sua capacità di dirigere la ricerca sia quando si trovava al Salk Instuitute che all’Imperial Cancer Research Fund britannico. Era un uomo che sapeva far lavorare gli altri".
Poi intuì l’importanza di mappare II genoma umano. Come andò?
"Il suo merito è stato quello di scrivere nel 1986, quando era già un premio Nobel molto conosciuto, un famoso editoriale su Science che servì a sostenere il Progetto genoma umano. Dulbecco capì l’importanza dell’idea e sostenne il gruppo di biologi molecolari che l’avevano avuta. Questo diede una spinta formidabile al progetto perché si cominciò a vederlo come un’opportunità. Inoltre, è grazie a lui se noi ci eravamo inizialmente agganciati al carro: Italia e Giappone furono infatti i primi due paesi che aderirono al Progetto genoma umano, ma poi noi decidemmo che non era una cosa così interessante".
Come accadde?
"Nel 1994 il governo Amato decise di tagliare un po’ di miliardi di spesa e, tra le altre cose, saltò anche il Progetto genoma umano".
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