“Voglio morire” Giudice autorizza il rifiuto delle cure

Il Gazzettino
Roberto Ortolan

 

LEGGI LE DICHIARAZIONI DI MARCO CAPPATO, SEGRETARIO DELL’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI,  IN MERITO ALLA VICENDA

 

Mentre la legge sul "finevita"  e sul biotestamento  si avvicina tra le polemiche  all`atto finale, nella Marca  scoppia un caso clamoroso  che va nella direzione opposta  a quella indicata dal Parlamento  e che rischia di aprire  un nuovo fronte dopo i casi  Welby ed Englaro.   Il giudice trevigiano Clarice  Di Tullio ha firmato un decreto  che concede a una donna di  48 anni, colpita da una gravissima  malattia degenerativa,  la possibilità di rifiutare le  cure.   Lo aveva chiesto qualche mese  fa quando la sue condizioni  erano peggiorate.

La paziente  aveva affidato le sue ultime  volontà al marito che, sulla base  del provvedimento, è stato nominato  amministratore di sostegno  con la facoltà di far rispettare  la scelta della moglie, ovvero  il rifiuto di trattamenti medici  cruciali.   La decisione del giudice è arrivata  nel gennaio scorso, quando  la paziente era stata ricoverata  in gravi condizioni all`ospedale  di Treviso. Nonostante il quadro  clinico stesse precipitando,  la donna aveva rifiutato sia la  trasfusione – è testimone di  Geova – sia la tracheostomia  (cioè la tracheotomia permanente),  che le avrebbe permesso di  limitare il deficit respiratorio.  La malattia ha poi avuto un`evoluzione  positiva tanto da consentirle  di tornare a casa. Ma la   donna aveva deciso comunque  di affidare le sue volontà al  consorte: «Non voglio che la  mia vita venga prolungata se i  medici sono ragionevolmente  certi che le mie condizioni sono  senza speranza».   E l`appello non è caduto nel  vuoto. Il giudice tutelare Di  Tullio le ha dato ragione. Pertanto  ha disposto che la paziente,  attraverso il marito nominato  amministratore di sostegno,  possa rifiutare le cure salva-vita.   Il decreto è arrivato dopo  un`istruttoria complessa. Sarà  la 48enne -è la sostanza del  provvedimento- a decidere sul  "proprio fine vita", oppure il  marito se lei non fosse nelle  condizioni di farlo. Il giudice ha  argomentato la propria decisione  basandosi sul codice deontologico  dei medici e su norme  sovranazionali come quelle del  Consiglio d`Europa relative ai  diritti dell`uomo e alla biomedicina,  laddove stabiliscono che  nessun intervento nel campo  della salute può essere effettuato  qualora il paziente non abbia  espresso il proprio consenso  libero e informato.   Applicando tali principi, anche  la Cassazione ha più volte ribadito  che il consenso del paziente  costituisce presupposto fondamentale  della liceità dell`intervento  medico il quale, non  rispettandolo, commette dunque  un`indebita intromissione  nella sfera personale. L`orientamento  europeo e le conclusioni  della Cassazione, su simili basi,  sono andate in una sola direzione:  al paziente va riconosciuto  anche il diritto di non curarsi,  pur se a rischio della sua stessa   vita. Il giudice Di Tullio le ha  recepite, stabilendo così che la  nomina di un amministratore di  sostegno sia lo strumento processuale  adatto ad assicurare il  rispetto delle scelte individuali.  «Questa sentenza -spiegano dal  Comitato di assistenza sanitaria  per i testimoni di Geova- ha  restituito dignità alla volontà e  alle libertà delle persone. La  decisione del giudice è vicina  alla nostra sensibilità perché  rimette al centro l`autodeterminazione  del singolo».   Il decreto choc arriva proprio  nel momento in cui la legge sul  biotestamento è in dirittura d`arrivo.  Se l`attuale testo dovesse  essere approvato anche dal Senato  e diventare legge, la decisione  del giudice trevigiano verrebbe  svuotata di ogni significato  perché la volontà della paziente  verrebbe sempre subordinata  a quella del medico curante.