“La crio-conservazione è scienza”

Carlo Bologna

«Noi non facciamo nessuna promessa,  ma riportiamo la letteratura  medica. Facciamo crio-conservazione  delle cellule staminali.  E con queste si può guarire.  Non credo esistano aziende che  vanno in giro a raccontare che si  può rigenerare un cervello o un  cuore dalle cellule. Ma che queste  possano aiutare a risolvere  molte patologie non c`è dubbio.  Il fatto è che se un professore  americano spara a zero contro  le cliniche che conservano i cordoni  ombelicali la notizia fa il giro  del mondo, ma la stessa cosa  non avviene se un bambino si salva  con il suo sangue crio-conservato».  Jean Charles Janni, piemontese  di Domodossola, è il direttore  generale di Genico, società  che si occupa di crio-conservazione  con sede a Losone, nel Canton  Ticino. Rifiuta nel modo più  assoluto l`etichetta di affarista o,  peggio, di venditore di sogni.  «La casistica c`è. E per alcune  patologie anche in Italia è prevista  la possibilità di conservare le  cellule, esclusivamente a proprio  uso. Per la conservazione,  che può avvenire solo all`estero,  occorre il nullaosta ministeriale  all`esportazione. I nostri consulenti  hanno anche il compito di  seguire i pazienti in tutte queste  procedure burocratiche».  E tra i pazienti – assicura Janni  – non ci sono soltanto vip e persone  facoltose: «Sono sempre di  più le persone "normali" che capiscono  l`importanza della crioconservazione  del cordone ombelicale  del proprio figlio. Molti   lo considerano un vero e proprio  regalo, da mettere da parte con  la speranza di non usarlo mai. E`  una assicurazione biologica. Il  costo? Trecentoottanta euro da  versare quando si riceve il kit  per il prelievo e un saldo di 2100  euro ad avvenuto stoccaggio  che, per la nostra società, viene  fatto per 30 anni in due laboratori  distinti, in Belgio e in Germania,  per evitare  che una ipotetica  calamità possa distruggere  i tubetti  immersi in azoto  liquido a -196`.  Se poi lo stoccaggio  non va a buon  fine, restituiamo i  soldi. Altro che affaristi!».  Il problema, secondo Janni, è  piuttosto nella scarsa pratica  del dono del cordone ombelicale:  «Noi invitiamo a donarlo oppure  a conservarlo, di sicuro  non a buttarlo, come avviene ancora  oggi in moltissimi ospedali  italiani. Eppure bastano dai tre  ai cinque minuti e si può fare anche  con il parto cesareo: a nascita  avvenuta e prima dell`espulsione  della placenta il sangue viene  raccolto in una sacca con liquido  anticoagulante che viene  subito prelevato dai nostri consulenti  e avviato alla lavorazione.  Servirebbero delle campagne  di sensibilizzazione su questo  tema».  Al professore dell`Università  di Stanford – dice  Janni – «suggerisco  di visitare il  sito www.parentsguidecordblood.  org: lì troverà  molte storie raccontate  da familiari  di donatori  di cordone che  non sono frutto  della fantasia. E  poi non va dimenticato  un fatto importante: le cellule  sono compatibili al 100%  con il bambino al quale sono collegate,  ma c`è anche una possibilità  su quattro che possano andare  bene anche ai fratelli, ovviamente  sempre in caso di patologie  che si possono affrontare  con questi sistemi. E l`elenco, lo  ribadisco, è lungo».  

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