«Noi non facciamo nessuna promessa, ma riportiamo la letteratura medica. Facciamo crio-conservazione delle cellule staminali. E con queste si può guarire. Non credo esistano aziende che vanno in giro a raccontare che si può rigenerare un cervello o un cuore dalle cellule. Ma che queste possano aiutare a risolvere molte patologie non c`è dubbio. Il fatto è che se un professore americano spara a zero contro le cliniche che conservano i cordoni ombelicali la notizia fa il giro del mondo, ma la stessa cosa non avviene se un bambino si salva con il suo sangue crio-conservato». Jean Charles Janni, piemontese di Domodossola, è il direttore generale di Genico, società che si occupa di crio-conservazione con sede a Losone, nel Canton Ticino. Rifiuta nel modo più assoluto l`etichetta di affarista o, peggio, di venditore di sogni. «La casistica c`è. E per alcune patologie anche in Italia è prevista la possibilità di conservare le cellule, esclusivamente a proprio uso. Per la conservazione, che può avvenire solo all`estero, occorre il nullaosta ministeriale all`esportazione. I nostri consulenti hanno anche il compito di seguire i pazienti in tutte queste procedure burocratiche». E tra i pazienti – assicura Janni – non ci sono soltanto vip e persone facoltose: «Sono sempre di più le persone "normali" che capiscono l`importanza della crioconservazione del cordone ombelicale del proprio figlio. Molti lo considerano un vero e proprio regalo, da mettere da parte con la speranza di non usarlo mai. E` una assicurazione biologica. Il costo? Trecentoottanta euro da versare quando si riceve il kit per il prelievo e un saldo di 2100 euro ad avvenuto stoccaggio che, per la nostra società, viene fatto per 30 anni in due laboratori distinti, in Belgio e in Germania, per evitare che una ipotetica calamità possa distruggere i tubetti immersi in azoto liquido a -196`. Se poi lo stoccaggio non va a buon fine, restituiamo i soldi. Altro che affaristi!». Il problema, secondo Janni, è piuttosto nella scarsa pratica del dono del cordone ombelicale: «Noi invitiamo a donarlo oppure a conservarlo, di sicuro non a buttarlo, come avviene ancora oggi in moltissimi ospedali italiani. Eppure bastano dai tre ai cinque minuti e si può fare anche con il parto cesareo: a nascita avvenuta e prima dell`espulsione della placenta il sangue viene raccolto in una sacca con liquido anticoagulante che viene subito prelevato dai nostri consulenti e avviato alla lavorazione. Servirebbero delle campagne di sensibilizzazione su questo tema». Al professore dell`Università di Stanford – dice Janni – «suggerisco di visitare il sito www.parentsguidecordblood. org: lì troverà molte storie raccontate da familiari di donatori di cordone che non sono frutto della fantasia. E poi non va dimenticato un fatto importante: le cellule sono compatibili al 100% con il bambino al quale sono collegate, ma c`è anche una possibilità su quattro che possano andare bene anche ai fratelli, ovviamente sempre in caso di patologie che si possono affrontare con questi sistemi. E l`elenco, lo ribadisco, è lungo».
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