Se la donazione di organi va sulla carta d’identità

Salvi equivoci di un testo a prima lettura non facilmente decifrabile, la carta d’identità degli italiani dovrà in futuro registrare il consenso o il diniego a donare i propri organi in morte. Lo prevede una modifica di origine governativa nel maxiemendamento al decreto detto milleproroghe (dopotutto, siamo il paese del Milione di Marco Polo) in discussione al Senato. Una modifica inaspettata.

Qual è la situazione vigente? Piuttosto confusa. La legge distingue fra i casi di morte naturale e quelli di morte improvvisa – l’incidente stradale o la morte violenta – per i quali assegna la decisione al magistrato. La motivazione sta nell’eventualità che gli organi da espiantare siano necessari all’indagine giudiziaria, e fuori da questo caso si dà per ammessa la donazione. La stessa legge non assicura che sia rispettata la volontà espressa preventivamente dalla persona, né che abbia valore dirimente il parere dei congiunti. Nella realtà è quest’ultimo, il consenso dei parenti, a risultare decisivo, come danno per scontato le cronache. Nei casi in cui la legge gli affidala competenza – salve le eventuali esigenze giudiziarie il magistrato chiede sempre quale sia la volontà dei parenti e le si adegua. Lo stesso fanno i medici, se non altro per sventare l’eventualità che il dissenso dei parenti procuri una cattiva pubblicità al loro operato e alla stessa buona causa dei trapianti.

Così stando le cose, a volte nemmeno l’iscrizione all’Aido – l’Associazione donatori di organi – basta a superare l`opposizione dei famigliari (coniuge non separato, convivente more uxorio, figli maggiorenni o genitori). Il principio del silenzio assenso, votato nel 1999, non è stato applicato, mancando un’anagrafe informatizzata del Servizio Sanitario Nazionale che notifichi ad ogni cittadino il modulo in cui si informa che, in mancanza dell’esplicita dichiarazione, si presume il consenso alla donazione. L’iniziativa del ministro Bindi, nel 2000, di distribuire ai cittadini un tesserino su cui trascrivere volontariamente la propria intenzione, non andò in porto.

Allegare la dichiarazione di volontà sulla donazione alla carta d’identità sembra dunque un apprezzabile passo avanti, un capitolo particolare ma molto importante del diritto a disporre del proprio corpo che al contrario la maggioranza di governo calpesta quanto al cosiddetto testamento biologico. Benché la percentuale italiana di donazioni sia apprezzabile rispetto alla media europea, sono migliaia le persone in attesa di un trapianto, cioè di una speranza di vita. Ci sono associazioni agguerrite fino al fanatismo che contrastano, dichiaratamente odi fatto, la donazione di organi.

Ci sono d’altra parte gruppi e persone persuase che il corpo di chi muore non appartenga più – dunque nemmeno preventivamente a lui stesso e tanto meno ai suoi famigliari ma alla comunità: posizione inaccettabile che espropria le persone e i loro affetti in nome della salute pubblica, e raggiunge, volente o no, i nefasti dello statalismo oltranzista. Il fatto è che poche cose sono generose e belle come il dono gratuito di sé al proprio prossimo, anche il più sconosciuto, e così capaci di consolare i propri cari del dolore e del lutto, e di accostare sulla terra la morte a una vita risuscitata. 

 

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